Stop a benzina e diesel? Consumatori fermeranno l'Ue - V&A
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AutoPrimo piano Mar 20 giugno 2023

Stop a benzina e diesel nel 2035? Saranno i consumatori a fermare l'Ue

Fritz Indra, tra i massimi esperti nella produzione di motori, è convinto: "Il mercato boccerà l'auto elettrica e Bruxelles farà retromarcia. Stop a benzina e diesel nel 2035? Saranno i consumatori a fermare l'Ue
Maurizio Cattaneo
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Maurizio Cattaneo

Stop a benzina e diesel nel 2035? Saranno i consumatori a fermare l’Ue

L’ambientalismo ideologico di Bruxelles non ha fatto i conti con i milioni di  automobilisti che non intendono passare all’elettrico. Sarà questa massa di consumatori,  con i comportamenti nell’ambito degli acquisti,  a far slittare o modificare le regole Ue sul bando dalla vendita delle auto a  benzina e diesel nel 2035. Ne è convinto Fritz Indra, una delle massime autorità al mondo nella progettazione di motori.

“Mi fido del mercato – ha spiegato l’ingegnere austriaco, – farà cadere il divieto dei motori termici”. Nella sua carriera Indra si è più volte occupato di alternative al motore a scoppio per poter valutare le potenzialità che le tecnologie esistenti possono offrire. In queste ricerche è giunto alla conclusione che, considerando l’intero processo di produzione, vita e smaltimento, non c’è niente di meglio del motore termico quattro tempi.
“Le auto con motore a combustione – ha detto il progettista al settimanale tedesco Die Zeit – riscuotono un tale successo perché sono convenienti per i clienti, a differenza di quelle elettriche, i cui costi di produzione sono ancora significativamente superiori”. L’ingegnere austriaco, che ha iniziato a sviluppare propulsori a benzina e diesel dall’inizio degli anni ’70 tra gli altri per Bmw, Audi e Opel e che più recentemente ha insegnato all’università di tecnologia di Vienna. “So cosa vuole il cliente – ha concluso – alla fine deciderà lui”.

L’Anfia: niente fughe in avanti

E nuove critiche sul “green a tutti i costi” arrivano anche dall’Anfia. “La transizione del settore automotive  in Europa, é più  confusa che ambiziosa“. E’ quanto denuncia Paolo Scudieri, nella sua ultima relazione da presidente dell’Associazione nazionale filiera industria automobilistica prima della nomina, come nuovo presidente, di Roberto Vavassori.

La Cina da anni ha programmato investimenti governativi e supportato le sue imprese per renderle competitive e leader nell’elettrificazione dei veicoli – ha spiegato Scuderi –  Gli Stati Uniti stanno prevedendo con l’Inflation Reduction Act un piano straordinario di sostegno pubblico per le imprese che investono nella transizione verde e digitale, per colmare i gap tecnologici, senza però dare una data di scadenza alle altre tecnologie, mentre in Europa benzina e diesel saranno messe al bando nel 2035 senza governare la transizione”.

“Manca anche un piano straordinario  – spiega Scudieri – che vada oltre il rigido quadro degli aiuti di Stato per il sostegno agli investimenti e la riconversione delle competenze del nostro capitale umano”. ” Bisogna fare di più e meglio a livello europeo – ha concluso il presidente uscente,  – supportati da questo governo che ha dimostrato competenza e  determinazione”.

Con l’elettrico ecatombe del lavoro

Intanto arriva un nuovo allarme sull’impatto che avrà sull’occupazione  dell’indotto auto una transizione green in tempi troppo stretti. Secondo uno studio commissionato dalla Clepa (l’ Associazione europea della componentistica automotive) alla Pwc, con la spinta verso il  mercato di veicoli elettrici sono a rischio circa mezzo milione di lavoratori europei.

Lo studio Pwc considera la possibilità che si verifichino tre diversi scenari con una quota di mercato dell’elettrico del 50%, dell’80% e del 100%. Nel primo caso, si avrà entro il 2040 un approccio di mercato misto, basato sull’acquisto sempre più massivo di auto elettriche, ma con la permanenza di veicoli a motore termico. Questo comporterebbe una netta riduzione delle emissioni che potrebbero più che dimezzarsi. E salvaguarderebbe i posti di lavoro.

Il secondo caso, invece, potrebbe essere verosimilmente quello già previsto dalla Commissione Europea che ha definito lo stop delle vendite alle auto a benzina e diesel entro il 2035. Questo comporterebbe l’esclusiva immatricolazione di veicoli elettrici e, di conseguenza, una significativa riduzione dei veicoli a motore termico, che nel tempo andrebbero a sparire. In questo caso il tributo occupazionale sarebbe comunque elevato.

IL terzo scenario, invece, è quello più radicale: entro il 2030 potrebbe essere conseguito l’obiettivo di emissioni zero e le vendite di auto elettriche potrebbero essere la quasi totalità. In questo caso si assisterebbe all’ecatombe lavoro.

Chi ci perderà di più

Secondo lo studio effettuato da Pwc, i Paesi che potrebbero subire un maggiore impatto in termini occupazionali sarebbero quelli dell’Unione Europea. Le perdite di posti di lavoro potrebbero riguardare Germania (121 mila lavoratori in meno), Italia (74 mila), Spagna (72 mila), Romania (56 mila). Si stima che questo scenario potrebbe verificarsi tra il 2030 e il 2035, per un totale di 359 mila posti di lavoro che verrebbero a mancare. Molte attività dell’indotto spariranno, mentre altre rischiano di diventare obsolete e necessitano di forti investimenti verso processi più innovativi.  Se da un lato molti posti di lavoro verranno ridotti, dall’altro si creeranno nuove occupazioni. Tuttavia, si stima che solo la metà dei posti persi verranno riassorbiti in nuove attività trainate dall’avvento dell’elettrico, considerando un livello di piena produzione paragonabile a quello attuale.

Green sì, ma con buonsenso

Il successo o meno della transizione senza licenziamenti e chiusure dipenderà in gran parte dalle politiche governative a Bruxelles e dei singoli Paesi. La creazione di valore aggiunto e di nuovi posti di lavoro, viene detto nella ricerca,  è legata alla produzione europea di batterie, che dovrà essere incrementata, per evitare una netta dipendenza dalla produzione cinese. A proteggere le aziende in questa fase dovrà essere il governo. In particolar modo le politiche nazionali dovrebbero prevedere un aumento di incentivi statali nei confronti delle aziende di componentistica e un’attenzione particolare rivolta alle Pmi.

Sono proprio le piccole e medie imprese che in Italia rappresentano la maggior parte della compagine aziendale nel settore delle componenti, le quali sono ad oggi ancora concentrate sulla tecnologia legata ai motori termici. Per imprese con un capitale relativamente basso sarebbe, quindi, molto difficile attuare ingenti investimenti che consentano una transizione nei prossimi anni. Per questa ragione la strategia Ue dovrebbe essere orientata, più che a lanciare ultimatum, a mettedre in campo politiche che non compromettano la sopravvivenza delle aziende.

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