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La lanterna cinese dello spread, perchè il calo è solo un’illusione

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18 Giugno 2022

Il ribasso illusorio dello spread

Come in una lanterna cinese (l’aggettivo non è casuale) per lo spread ci si consola con un’illusione ottica. Si è detto: la Bce corre ai ripari e i mercati tornano nei ranghi. La Bce per ora, anche per ripararsi dalla gragnola di critiche che le è piovuta addosso, non essendo scaduto, a termine di deliberazione, il tempo di attivazione del Quantitative easing, sta comprando a man salva titoli italiani per evitare che salga la febbre da differenziale.

Un parziale via libera a evitare quello che viene chiamato il frazionamento della politica monetaria – cioè che ci siano paesi presi di mira per il debito troppo alto – che potrebbe vanificare la manovra anti-inflazione sui tassi mettendo in pericolo la stabilità dell’Euro è arrivato dall’Eurogruppo dei giorni scorsi.

Se alcuni sono andati dritti contro l’Italia, altri compresa la Germania che inizia ad avvertire problemi causa gas russo e minor assorbimento del mercato cinese, hanno posizioni più concilianti. Il coro di sottofondo è: state attenti al vostro debito, ma i contrappunti sono differenti. Il ministro delle finanze austriaco Magnus Brunner è andato giù dritto: «L’Italia e la Grecia tengano in ordine il loro debito», il suo collega belga Vincent Van Pateghem ribadisce: «Nel medio periodo l’evoluzione del debito deve essere sostenibile», e anche l’olandese Sigrid Kaag non si è fatta sfuggire l’occasione per dire: «Va garantita stabilità nell’area Euro». Christian Linder, ministro un tempo ultra rigorista liberale delle Finanze tedesco, si è invece sbilanciato: «L’unione monetaria è forte, l’area Euro è stabile, la frammentazione non mi pare un problema attuale».

La consapevolezza dei tedeschi

Verrebbe da dire timeo Danaos et dona ferentes. In realtà i tedeschi sanno perfettamente che mettere al tappeto l’Italia equivarrebbe a distruggere la moneta unica, ma per quanto può reggere l’illusione too big to fail (troppo grosso per fallire)? Molti si augurano il tempo necessario alla Bce per mettere a punto e varare lo scudo speciale per salvare l’Italia dall’eccesso di spread. E così si cerca di tenere buoni i mercati rivendicando che la febbre è scesa.

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si è spinto a sostenere che un livello di spread accettabile tra Bund e Btp è attorno a 150 punti, oltre è immeritato rispetto alla solidità dell’economia italiana. Ma a leggere le cifre sembra che i mercati la pensino molto diversamente e comunque il dato che interessa è: quanto ci costa al di là dello spread il nostro debito? Quanto è sostenibile? Questo è il punto.

Il differenziale tra Btp e Bund

Ieri per tutta la giornata il differenziale tra Btp e Bund è stato poco sopra i 200 punti ed è sembrata un’ottima notizia. In realtà non è (del tutto) così perché ciò che conta è quanto il mercato ritiene debba rendere un nostro Btp. Ebbene il rendimento è inchiodato al 3,8%, a ridurre lo spread ci ha pensato il Bund che è salito di rendimento fino all’1,75%. La ragione è semplice. I rialzi di tassi della Fed fanno diventare il Tbond americano molto più appetibile e per tenersi il denaro in Europa bisogna per forza alzare i rendimenti. Anche senza ritocco dei tassi. Il mercato provvede da sé a farsi pagare.

E’ il gioco della lanterna cinese: il differenziale è effettivamente sceso, ma la spesa al servizio del debito resta comunque molto, forse troppo, elevata. Ma soprattutto si capisce che i mercati non hanno un eccesso di fiducia nell’economia italiana. Per saperlo basta guardare i rendimenti degli altri decennali europei. La Spagna e il Portogallo collocano al 2,7, la Francia al 2,2, l’Olanda al 2% ma ciò che segnala la curva pericolosa che ha preso il nostro debito è il dato della Grecia. E’ vero che l’Eurogruppo ha decretato che Atene dal 20 agosto uscirà dal regime di vigilanza rafforzata, ma è anche vero che oggi il suo decennale viene comprato a un rendimento del 4%. Lo spread Grecia Italia è di appena di 20 punti! E allora si capisce l’appello di Carlo Messina ceo di Intesa San Paolo che due giorni fa ha detto: «Non abbiamo un problema di sostenibilità del debito, ma è tempo che facciamo piani che possano portarci a un’indipendenza finanziaria. Avere troppe attese che paesi, magari strutturalmente meno ricchi di noi, possano sostenere il nostro debito pubblico lo considero non degno di un paese che vuole essere leader in Europa». Tradotto: cari italiani cominciamo a ricomprarci il nostro debito.

La quota di debito all’estero

Ed è questo un fattore di cui si tiene poco conto. La quota di debito posseduta all’estero è troppo elevata: oltre il 44%. Ed è poca quella in mano alle famiglie italiane, appena il 9%, che per definizione sono dei cassettisti, cioè tengono i titoli fino a scadenza (e a questo ha mirato il Tesoro quando ha emesso titoli a doppio rendimento in base alla fedeltà). E però a questo punto si apre una riflessione più ampia. E se lo spread fosse

La Cina e i nostri titoli

C’è stato un tempo, 2018 governo Conte 1, in cui Vladimir Putin affermò disponibilità a sottoscrivere il debito italiano. E’ successo? Ah, saperlo. Nel 2021 la Cina (ma anche il Giappone) ha comprato rilevanti quote dei nostri titoli perché erano i soli che a 5 anni davano rendimenti positivi. Non è dato sapere esattamente quanta quota di debito italiano sia in mano a investitori non allineati con l’Occidente.

Una cosa si sa però: almeno il 15% dei Btp sono in mano a società finanziarie molto misteriose allocate nei paradisi fiscali (i Btp rappresentano circa il 72% del nostro debito pari a 2760 miliardi di lire) e venderli per usare lo spread come un’arma finanziaria non è affatto complicato. Ecco perché la frammentazione, tra le tante altre ragioni, mette un po’ di paura all’Europa che forse per salvare l’Euro stavolta ci darà una mano.