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Le Pmi capro espiatorio per i mali del nostro Paese

In Contrappunto
21 Giugno 2022

Rappresentano il 95 per cento delle aziende operanti

Le pmi rappresentano il 95% delle aziende operanti in Italia, con oltre il 70% del fatturato e l’81% dei lavoratori. “Piccolo è bello” con l’Italia nel top della classifica dei paesi industrializzati grazie alla laboriosità di piccoli imprenditori passati dalla classe operaia a quella padronale. Il miracolo economico italiano degli anni ’50 fu favorito dai massicci interventi yankee che intuirono come l’Europa attirasse investimenti perché ricca di capitale umano. L’Italia è un paese individualisticamente guicciardiano.

La piccola imprenditoria nascente non disdegnava sacrifici e si apriva all’estero facendosi apprezzare, conoscendo a malapena l’italiano. Il livello culturale teorico era basso ma elevato era quello del fare. L’Italia migliorò la qualità della vita grazie agli elettrodomestici ed alle utilitarie che aprivano agli spostamenti. La Penisola, Yalta dixit, era collocata nella sfera occidentale. Costituiva il campione rappresentativo del consesso mondiale. In guerra fredda. Imperavano due Chiese. La cattolica romana e quella atea marxista, con papa moscovita, ma coperta dall’ombrello occidentale. Guareschi, con Peppone e Don Camillo, sintetizzò la realtà.

Le piccole imprese nascevano come funghi e portavano benessere indipendentemente dalla cultura cattocomunista. Non si volle seppellire Mussolini, comoda arma per demonizzare l’avversario. Si favorì il formarsi di un capitalismo familista, senza capitale. Le poche grandi aziende, ora quasi sparite, erano sostenute dalle azioni che si pesano e non si contano. Il progresso avanzava ed il Pil italiano era sostenuto anche da un debito sempre in aumento. Il piccolo evitava di crescere troppo per non passare sotto le forche caudine di un sindacato interessato più al potere che alla salute della classe lavoratrice.

Si succedettero varie crisi; la lira in ricorrenti svalutazioni. Erano di moda gli spalloni, poi virtuali, che portavano il denaro in siti più accoglienti. Si arrivò all’Euro. Il fenomeno mani pulite consentì il ricambio del potere. Dai partiti ai pm. Molti economisti addebitano l’arretratezza italiana al proliferare di pmi, ad un capitalismo senza capitali, all’assenza di grandi imprese che possano gareggiare con i competitors esteri che si accaparrano assets del bel Paese. La pandemia e la guerra in Ucraina hanno evidenziato il ritardo dello Stivale sulla digitalizzazione. La nostra economia non è stata capace di affrontare la selezione darwiniana ed aprirsi alla conoscenza. Cioè alla cultura della concorrenza. Si progredisce soltanto con competenza e sacrificio. Abbattendo inoltre quei totem che si sono arrogati un potere, freno del progresso.

Il Paese è ad un bivio. Ha un grande debito causato soprattutto da sprechi. Cresce poco per l’arretratezza produttiva che induce molti giovani a passare il confine. Di contro ha tante risorse. Molte frenate dai timori dello Stato di polizia. Lo Stato siamo noi cittadini. Quello di polizia è nella arroganza di chi, senza responsabilità, può disporre della vita altrui. E alimenta la paura nei cittadini. Tutti possibili rei che l’hanno fatta franca, secondo la filosofia di un noto pm. Italia svegliati dal torpore! Non stai sognando nel paese di Alice ma nel peggiore girone dello Inferno dantesco. Dal quale devi uscire per rivedere le stelle.