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Con il decreto semplificazioni più controlli al portafoglio delle cripto

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24 Giugno 2022

Il decreto Semplificazioni

Sarà sempre più difficile per il comune cittadino disporre liberamente del proprio denaro, senza che qualcuno possa ficcare liberamente il naso nel suo portafogli (anche in criptovalute): al Consiglio dei ministri dello scorso 15 giugno è stato approvato il prossimo decreto Semplificazioni fiscali. Tuttavia, a dispetto del titolo, di queste semplificazioni alcune, più che semplificare la vita del contribuente, sembrano intese a semplificare la vita del fisco.

L’art. 16 del decreto, infatti, nell’ambito della disciplina del monitoraggio fiscale, modifica l’art. 1 del DL 167/1990 sui «trasferimenti attraverso intermediari bancari e finanziari e altri operatori». Il decreto da ultimo approvato renderà ancora più capillari i controlli sul monitoraggio delle operazioni finanziarie dei contribuenti. E questo vale anche per chi opera in criptovalute.

Fino a oggi si imponeva agli operatori finanziari ma anche non finanziari, che intervengono anche attraverso la movimentazione di conti, nei trasferimenti da o verso l’estero, l’obbligo di trasmettere all’Agenzia delle entrate una serie di dati relativi alle operazioni di importo pari o superiore a 15 mila euro.

L’obbligo investe le operazioni effettuate per conto o a favore di persone fisiche, enti non commerciali, società semplici e associazioni, anche in valuta virtuale, e anche se eseguite in via frazionata. Ora, con la modifica contenuta in questo decreto la soglia di 15 mila euro viene abbassata drasticamente: le operazioni oggetto di segnalazione diventano quelle di importo pari o superiore a 5 mila euro e, per di più, il comma 2 dell’art. 16 del nuovo decreto impone che la segnalazione venga eseguita su tutte le operazioni effettuate nel 2021.

Viene meno l’obbligo di segnalare le operazioni frazionate, è vero, ma in presenza di un abbattimento della soglia, dagli originari 15 mila a soli 5 mila euro, è abbastanza evidente che prevedere un obbligo di segnalazione anche sulle operazioni frazionate sarebbe risultato un aggravio veramente superfluo. La norma richiama espressamente l’art. 3 co. 5 lett. i) D.Lgs. 231/2007, e quindi è esplicitamente indirizzata, tra gli altri, anche ai prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale (quindi, agli exchange di criptovalute).

Successivamente alla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta ufficiale, prenderà avvio l’iter di conversione del decreto. Pertanto, almeno in teoria, vi è la possibilità che, rispetto all’attuale formulazione del decreto legge, possano innestarsi emendamenti nel corso dei vari passaggi parlamentari. Tuttavia, è più probabile che questa ulteriore stretta sugli obblighi di monitoraggio non subisca particolari modifiche rispetto alla formulazione attuale. Il che sarebbe coerente con un clima generalizzato e un sentimento diffuso: quello secondo cui si percepisce come legittima ogni misura che consenta, per via amministrativa e pressoché automatica, di setacciare i conti e rovistare nelle tasche di ogni cittadino, al di fuori di ogni controllo giurisdizionale o a prescindere dalla sussistenza di specifici presupposti che suggeriscano condotte illecite e perciò possano giustificare una attiva intromissione all’interno della sfera giuridica dell’individuo. Eppure, il diritto di disporre liberamente dei propri beni, senza che si debba rendere necessariamente conto di ogni atto di disposizione, dovrebbe essere comunemente percepito come un valore primario. Un diritto che trova fondamento in valori tutelati a livello costituzionale e nei trattati europei.

Anche a livello europeo, tuttavia, sembra essersi indebolita quella sensibilità che fino ad oggi aveva mantenuto ferma una certa attenzione affinché non si esagerasse con misure che potessero impattare sulla libera circolazione dei capitali, o anche con le misure di limitazione nell’uso dei contanti dei vari paesi membri che potessero incidere sul potere monetario dell’Unione.

Oggi però all’Europarlamento pende una proposta di regolamento, sul cosiddetto Transfer of fund regulation, che prevede anch’esso inasprimenti negli obblighi di segnalazione e limitazioni che colpiscono soprattutto le operazioni in criptovalute realizzate su wallet unhosted (cioè, non gestiti da piattaforme). Lo scenario complessivo, cioè, si evolve verso la creazione di un sistema di controllo massivo e sempre più capillare, in cui ad ogni movimento o passaggio, anche ad un livello molto basso, ognuno venga gravato dell’onere di fornire spiegazioni sulle ragioni delle operazioni e a giustificare la provenienza dei fondi. Un’evoluzione che tutti sembrano tollerare, un po’ come fa la proverbiale rana nella pentola d’acqua che scalda fino a bollirla.

Il ministero del Tesoro britannico, tuttavia, nell’aggiornare le regole antiriciclaggio in materia di trasferimento di fondi, ha scelto di andare in direzione opposta rispetto a quella presa dall’Ue: muovendo dalla considerazione che molti detengono criptovalute per scopi legittimi, utilizzano wallet unhosted e nulla in concreto dimostra che questo tipo di wallet sia utilizzato prevalentemente per attività criminali, ha deciso che la raccolta di informazioni personali abbia luogo solo per quelle transazioni che presentano specifici indici e caratteri di rischio elevato che esse costituiscano il frutto di un’attività di finanza illecita.

Cosa sarà legittimo attendersi? Che tutti accettino questa specie di ribaltamento della presunzione di innocenza e, un passo dopo l’altro, di veder tracciato fino all’ultimo centesimo e fino all’ultima frazione di criptovalute che detengono? O che la rana finalmente si scuota dal torpore e salti fuori dalla pentola?

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Avvocato e managing partner dello studio legale QRM&P