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Carlo De Benedetti, tutta la storia (poco nota) del re senza corona del capitalismo italiano

In Approfondimenti, Cronaca
10 Luglio 2022
Dall’Olivetti alla Fiat, dal disastro Sorgenia a Kataweb. L’Ingegnere sogna in grande, ma i successi sono pochi.

Chi è Carlo De Benedetti

Il personal computer all’italiana l’aveva lanciato. La Fiat stava per salvarla. Nell’abisso del Banco Ambrosiano si è giusto specchiato un attimo. La Sgb-Gènéral de Belgique l’aveva quasi scalata. Con Omnitel, il campione privato dei cellulari era cosa fatta. La scalata Telecom, avrebbe voluto farla lui, ma l’ha fatta un suo ex dipendente. La holding di partecipazioni con Silvio Berlusconi era una mossa di puro genio, ma è rimasta dal notaio. Su Sorgenia, come con Kataweb, era molto avanti sui tempi, ma indietro nei pagamenti alle banche. Espresso e Repubblica, con lui, almeno erano liberi «e di sinistra». Se a 87 anni l’Ingegner Carlo De Benedetti si guarda allo specchio, le mani grassocce infilate nel panciotto del gessato a doppio petto con i rever a sciabola, nella sua reggia di Dogliani vede un re senza corona. E senza una dinastia, dopo la lite con i figli sui giornali di famiglia.

Ingegnere per il padre

Avrebbe forse voluto nascere dal nulla. «Ingegnere fatto da sé», un po’ come l’arcinemico Silvio Berlusconi delle vignette di Altan. Invece Carlo De Benedetti nasce, con il cognome attaccato, il 14 novembre 1934 a Torino, da una famiglia di piccoli industriali ebrei, cresce in un bel palazzo liberty floreale di corso Oporto (oggi corso Matteotti) vicino agli Agnelli e con il coetaneo Umberto (primo novembre 1934), il fratello più giovane del sedicente Avvocato Gianni, frequenta il collegio San Giuseppe, la scuola lasalliana dove per anni si sono formate le élite cittadine.

Per via delle leggi razziali contro gli ebrei, la sua famiglia aveva dovuto riparare in Svizzera tra il 1943 e la fine della guerra. Nel 1958, Carlo, messi nel cassetto i sogni da economista, si laurea al Politecnico di Torino, come aveva sempre voluto il padre Rodolfo per lui e per il fratello Franco (che invece si è tenuto il cognome tutto attaccato). Due ingegneri su due, insomma, bel colpo. E Franco, di un anno più grande, diventa negli anni anche un raffinato economista e saggista.

Gli inizi in una piccola fabbrica

Come spiega l’ex giornalista dell’Espresso, Alberto Statera («Un certo De Benedetti», Sperling e Kupfer Editori, 1984), Carlo De Benedetti ha avuto da subito «una chiara vocazione professionale», accreditando e teorizzando la propria figura di imprenditore “schumpeteriano”, «di padrone e non di manager». I suoi esordi sono rappresentati da una piccola fabbrica di tubi flessibili (la Compagnia italiana tubi metallici) fondata dal padre Rodolfo, che il figlio Carlo rende moderna e coinvolge con il mondo industriale e della finanza Usa, fino a farne un trampolino di lancio e cambiarle il nome in Flexider. La svolta arriva con l’acquisto nel 1972, sempre insieme al fratello Franco, di una media azienda metalmeccanica come la Gilardini che poi, comprata e strapagata dalla Fiat solo quattro anni dopo, porterà nel 1976 Cdb ai vertici dell’impero Agnelli.

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