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Del Vecchio e quel giorno coi figli sul suo yacht in cui confessò qual era il suo sogno

In Cronaca
28 Giugno 2022

La giornata sullo yacht di Del Vecchio

«Sì, la villa di Cap D’Ail è di una bellezza straordinaria, ma a lui piace stare qui, in barca. Considera il Moneikos la sua casa». E’ un mattino di qualche anno fa, e siamo appena saliti sullo yacht di Leonardo Del Vecchio, ormeggiato a Montecarlo, proprio davanti alla famosa salita che dal lungomare porta al Casinò. Un pezzo di strada nota in tutto il mondo per le immagini del Gran Premio di Formula uno. Dire yacht è riduttivo: il Moneikos ha quattro ponti, piscina, elicottero, due ascensori, svariate stanze ed una sala riunioni con un lunghissimo tavolo di marmo. «Un optional voluto da lui in persona per le riunioni d’azienda».

Siamo lì quasi per un caso. Suo figlio è compagno di classe delle mie figlie. Una scuola pubblica come tante a Milano, in cui l’uomo tra i più ricchi d’Italia ( e del mondo) ha mandato il figlio perché «deve vivere una vita normale, fino a che è possibile». I ragazzi hanno stretto amicizia, da qui l’invito al mare. Un attimo prima di incontrarlo ripenso alle parole di un mio amico, consulente per anni di Luxottica. Un giorno – mi aveva raccontato con stupore – passando per un corridoio aveva incrociato un uomo intento a spiegare ai muratori come spostare un muro. Lo aveva preso per uno dei tanti manutentori di Agordo. Un attimo dopo si era reso invece conto che si trattava del fondatore. Che nella sua azienda non disdegnava, accanto alle grandi operazioni finanziarie, di occuparsi anche di un muro.

L’aneddoto su Del Vecchio

Certo l’aneddotica di quanto Del Vecchio fosse legato all’impresa e ai suoi dipendenti è infinita. Ma quella storiella, saputa di prima mano, mi era piaciuta, ed ora stavo per averne forse una conferma. Ed eccoci alle presentazioni. Il tutto senza grandi cerimonie, come due coppie di genitori che si incontrano per amore dei figli. I quali già erano spariti, nei meandri della barca. Lui si mostra estremamente disponibile. Si informa sulle bambine, su ciò che facciamo, e non cambia espressione neppure quando scopre che sono un giornalista, per giunta di economia. Parla volentieri dell’imbarcazione, del fatto che sia stata progettata in Italia «perché bisogna essere orgogliosi della nostra creatività».

E ci interroga sul nostro ruolo di genitori. Ci confessa il suo dispiacere per la lontananza di alcuni dei figli. «Anche se – aggiunge – a volte mi rattrista il fatto che non seguano i miei consigli. E poi ne paghino le conseguenze». Insomma un padre come tanti che (con le dovute proporzioni) è amareggiato quando vede che i figli si incaponiscono in scelte sbagliate. Come non seguire i consigli, penso io, di chi è partito orfano a Martinitt ed ha fatto una fortuna immensa? Ma me ne sto zitto. A tavola la conversazione, verte sempre sul futuro dei figli, sulle vacanze, sull’importanza del viaggiare.

La stoffa dell’imprenditore si materializza al momento del caffè quando Del Vecchio si fa portare uno strano aggeggio che sputa le quotazioni di Borsa. Inforca gli occhiali e sorpresa, non sono un suo marchio. «Questa montatura, leggermente spessa e tondeggiante, mi piace molto – si giustifica sorridendo – mi sa che dovrò comprare l’azienda che la produce». Guarda le quotazioni ed ad un tratto si blocca. «Scusate devo fare una telefonata-di ce con garbo» Si alza, ma torna quasi subito, proponendoci un amaro. Nessuna emergenza.

Il sogno di Del Vecchio

E’ un pomeriggio dal sapore familiare. Ma alla fine una domanda mi scappa. Qual è il sogno di chi ha già davvero tutto? Ebbene, il sogno non è possedere un ancor più grande deposito di “verdoni”, stile Paperon de Paperoni, ma una cosa molto diversa. Lui, è il segreto, vorrebbe vivere con i familiari in una grande casa senza pareti in cui condividere la quotidianità. Sono stupito, ma mi rendo conto che è il cuore dell’orfano che parla. E che troppo spesso ci si dimentica che il successo lenisce, ma non cancella, certe cicatrici.
Ci alziamo da tavola e mi trovo solo con lui sul ponte esterno della nave. Parliamo delle barche, del piacere di andare per mare.

Parla di scafi che io posso solo sognare, ma con semplicità, quasi con timidezza. Non posso non paragonare Del Vecchio, a qualche imprenditore di mia conoscenza, incontrato per lavoro, che forte di un briciolo di notorietà, di un buon conto in banca e dell’azienda ereditata magari dal padre, si atteggia a signorotto medioevale nella comunità in cui vive. Alla fine della giornata ci scappa addirittura un invito per il giorno dopo sulla nostra modesta bagnarola. Che viene inaspettatamente accettato. All’indomani, quando all’orizzonte da Cap Martin vedo spuntare il tender del Moneikos lungo il doppio della mia barchetta, penso che forse l’invito non è stata una decisione tra le più azzeccate.

Non voglio fare dell’imprenditore un ritratto agiografico. Probabilmente ho visto solo un aspetto dell’uomo che, per creare dal nulla un patrimonio di oltre 30 miliardi di euro, doveva per forza avere tratti di grande durezza. Ma se, come lui ha detto «non bisogna mai distrarsi altrimenti qualcuno ti soffia il business» è altrettanto vero che con la sua morte un’Italia troppo distratta verso i giovani, i lavoratori, le categorie più bisognose, perde un campione del welfare che sapeva valorizzare (e pagare) i talenti. E che alla fine, proprio come noi che abbiamo un conto in banca ben diverso, sognava con semplicità una grande stanza piena d’affetto familiare.