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Addio Direttore, quanti ricordi dalla tua Messa Cantata in redazione

In Cronaca, In evidenza
14 Luglio 2022

Il ricordo di Eugenio Scalfari

La “Messa Cantata” che veniva celebrata ogni mattina nella redazione di Repubblica resterà certamente il segno distintivo della direzione di Eugenio Scalfari. Come tutti i riti religiosi anche questa  veniva annunciata dal cicalino dell’interfono che, simile al rintocco delle campane, chiamava i fedeli a raccolta. In questo caso era la redazione di piazza Indipendenza a Roma, che si radunava nel grande salone dell’ufficio centrale guidato dal primo capo redattore. La cabina di regia del quotidiano dove venivano smistate notizie, commenti, sermoni. Come in tutti i riti c’era l’obbligo di seguire una liturgia rigorosa: attorno al tavolo potevano sedere solo i responsabili delle diverse sezioni e, casomai, i “senatori”.

Vale a dire le grandi firme che arricchivano il giornale. In seconda fila, come spettatori silenziosi, il resto della redazione. Erano autorizzati ad ascoltare, ma senza parlare. Potevano, eventualmente, prendere qualche caffè rimasto dall’enorme vassoio che il bar faceva arrivare puntualmente alle 10.30. Lui, il Celebrante della Messa Cantata, Eugenio Scalfari, arrivava dopo qualche minuto. Quando i partecipanti avevano già preso posto. Con perfetta presenza scenica stringeva la mano e salutava solo il capo redattore centrale che, come primo violino rappresentava tutta l’orchestra.

Cos’era la Messa cantata di Scalfari

La “Messa cantata” non era un pranzo di gala, ma un feroce esame del giornale e della concorrenza. Delle debolezze e degli errori. Unica esente dai rimproveri era, almeno quarant’anni fa, Roselina Balbi, il capo della cultura. Era ormai sulla soglia della pensione e in gioventù aveva  lavorato con Benedetto Croce. Questo privilegio la poneva in un paradiso inviolabile di autorevolezza. Era l’unica autorizzata a rispondere con convinzione alle osservazioni, spesso estremamente appuntite, del Direttore. Gli altri potevano solo difendersi con forza decrescente in base al ruolo, al peso del loro nome e all’importanza della sezione che dirigevano. Le critiche per gli eventuali errori potevano diventare piuttosto aspre. L’annuncio del temporale arrivava con la solenne dichiarazione che, per sua disgrazia, si trovava a dirigere una redazione di “gattini ciechi”. Ma era da qui che nasceva un grande giornale.

L’innovazione di Repubblica

Sul ruolo di Scalfari, sull’importanza di Repubblica di quegli anni, sulle innovazioni che ha apportato al panorama giornalistico nazionale è stato scritto molto e tanto altro verrà pubblicato in queste ore. Chi ci ha lavorato per quattordici anni conserva il ricordo di un grande istrione, capace di farti sentire insostituibile, anche se ovviamente non era vero. Capace, almeno fino a quando la redazione non è esplosa di numero, di chiamarci per nome uno per uno e segnalarci di aver letto quello che avevamo scritto.  Oppure con la faccia tosta, in occasione del primo contratto integrativo, di venire in redazione ad annunciare che accettava le condizioni della redazione avendo di prima mattina parlato con l’Editore. E tutti quanti a chiederci dove mai poteva essere avvenuto questo colloquio, essendo egli stesso con il principe Caracciolo, proprietario della casa editrice. Forse l’incontro di Scalfari con l’Editore era avvenuto davanti allo specchio, anche se la manutenzione della monumentale barba non accettava interventi domestici. O più semplicemente era il primo passo verso il colloquio con Io.

Ultima considerazione. La Repubblica di Scalfari era considerato un giornale di sinistra. Non è vero. Era un foglio conservatore. Intelligente assai, ma conservatore. Libertino sul costume, ringhiera stretta in politica (niente a sinistra del Pci di Berlinguer di cui costruì il Mito) nessuna distrazione in economia. La frontiera era rappresentata da Leopoldo Pirelli, Gianni Agnelli (ma non Cesare Romiti), rapporto complicato con Carlo De Benedetti concluso con il divorzio. Poi le banche: niente oltre la Banca Commerciale guidata dagli ultimi eredi di Raffaele Mattioli. Gelosie di Prime Donne con Enrico Cuccia: il capo di Mediobanca preferiva la compagnia di Indro Montanelli alla sua. Per il resto solo commozione: Addio Direttore. Ci vediamo dopo la Messa Cantata.

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Giornalista economico finanziario da oltre 50 anni, ha cominciato nel 1974 al Giornale di Sicilia. Ha lavorato rivestendo ruoli di caposervizio e inviato per il Corriere della Sera, La Repubblica e Libero.