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Del Vecchio in una delle ultime interviste: “Che casino che ho combinato qui”. Le sue previsioni (inedite) sul futuro di Luxottica

In Cronaca, Primo piano
8 Luglio 2022

Una delle ultime interviste a Leonardo Del Vecchio

“Sono stato assunto in una fabbrica di medaglie e distintivi, che è la Johnson. Là ho fatto per tre anni e mezzo il garzone di otto incisori. Una volta il garzone era diverso da oggi che va a lavorare e ha il rispetto di tutti”. È un Leonardo Del Vecchio ancora pieno di energia quello che parla davanti alla telecamera di Outsider News, quattro anni fa. Una delle sue ultime interviste complete, quasi antologica, in cui il fondatore di Luxottica ripercorre la sua carriera e dà un importante messaggio per il futuro. 

Da Milano a Agordo

Gli inizia a Milano. “Fioeu! Manco per nome, manco Leonardo… Fioeu! Però la sera studiavo, andavo a Brera, all’Accademia. In quella scuola là era obbligatorio frequentare. Poi dopo mi ero stancato di fare il garzone, dopo tre anni e mezzo e quindi sono andato, attraverso un amico, che era anche lui incisore, a fare il capo stampista. Mi sono trasferito e sono andato là da terzista. Quando sono tornato a Milano ho messo su un laboratorio di stampi e da lì siamo arrivati alla conoscenza di questi clienti”, racconta Del Vecchio.

Il trasferimento ad Agordo fu quasi casuale. “Sono arrivato ad Agordo come terzista, da fornitore di parti alle varie occhialerie. E quindi mi sono trasferito là, ho caricato un camion di macchine, ho smontato il laboratorio. Ho licenziato quei 4-5-6 dipendenti che avevo e sono andato là. In più c’era il fatto che la comunità montana agordina aveva offerto terreno gratis alle fabbriche che si fossero trasferite là. Ma non sono partito pensando di arrivare subito. Sono partito per migliorare quella condizione là”, prosegue il fondatore dell’azienda degli occhiali.

L’energia dei giovani. “A 26 anni si ha questo coraggio, perché adesso non lo farei di sicuro. A 26 anni ero all’inizio del mio percorso. Ho sempre odiato la dipendenza da altri. Ho sempre preferito il poco magari subito o presto, ma che fosse determinato da me. Quando si lavoro per un terzista tu sei nelle mani del tuo datore di lavoro, praticamente. Quindi, a un certo momento ho detto: “Guardate, io d’ora in poi vorrei che le montature che escono da questa fabbrica abbiano un marchio Luxottica”. Ci siamo presentati al Mido (la fiera internazionale di Milano del settore, ndr) con 7-8 modelli di metallo raffazzati su a mano in 20 giorni e là è partita la vera Luxottica, perché da quel momento abbiamo avuto grande successo di vendita. E quando abbiamo fatto la carta bollata, quando abbiamo fatto il contratto, ci ho messo il nome Luxottica: molto semplice, abbastanza comune insomma. Ottica Lux, ed è stato un nome così che è rimasto”.

La paura di non farcela. “Tutto è partito dalla mia paura di avere un futuro condizionato da altri. Mi ricordo che un anno il nostro importatore americano è venuto nei soliti periodi di novembre per preparare la stagione successiva del sole e mi ordinò meno occhiali del solito. E quindi io quelle notti lì non ho più dormito. Ho detto qua cosa succede se qualche altro mi fa questo scherzo qua? Ho cominciato a pensare che anche il distributore a me non andava più bene”.

Gli anni della crescita

La svolta della distribuzione. “La decisione chiave è stata questa, quando ho deciso di comprare i distributori che più mi piacevano. L’ultimo passo è stato andare direttamente al pubblico. Quando siamo entrati nel retail abbiamo comprato la più grande catena retail che c’era in America: arrivare al consumatore, è quello che ti dà la tranquillità. Chiudono bottega i terzisti. Chiude bottega la piccola catena in difficoltà o la gente che non ha la propria clientela. Per esempio con Ray Ban nei primi quattro anni in America non ho più venduto un pezzo. Però, non è che mi sono spaventato. Ho aspettato quattro anni. Però é stato lungo ricostruirlo, perché era stato trattato male, quindi era un marchio decotto. Devo dire invece che adesso il successo sta scoppiando e io certi anni ho perfino paura: “E adesso dove andiamo a finire?”.  Ma ogni anno continua a crescere”.

Poi è arrivata la quotazione in Borsa. “Quando l’ho quotata in Borsa l’azienda era molto più piccola e quindi ho pensato alla Borsa come possibilità di sviluppo, come immagine. Eravamo molto impegnati in America, che era il Paese più importante per noi. Quindi, siamo usciti in Borsa prima in America. Ci sembrava un veicolo anche di marketing, diciamo così. Quando noi siamo partiti, parliamo del ’90, la moda ci é servita molto”, continua il presidente del gruppo.

Il futuro di Luxottica

A questo punto Del Vecchio si concentra a parlare del futuro. “L’azienda ormai in tutti i Paesi è leader del mercato, in tutti i Paesi è ben vista e fa un buon servizio. Al punto in cui siamo cioè, dobbiamo solamente gestire la crescita. Anche dopo di me sicuramente ci sarà chi farà andare bene l’azienda. Ecco, la cosa che più mi preoccupa é che non succeda che un domani capiti una crisi, una cosa così, da vedere i miei dipendenti, che sono stati una leva importante per la crescita di Luxottica, che crei loro dei problemi. Avevo deciso di lasciare e quindi pensavo di dovere continuare 4-5 anni e preparare il terreno al nuovo arrivato. La scelta era quella di trovare un sostituto che non fosse parte della famiglia. Essere internazionali all’interno di Luxottica significa avere del management, che è disposto a montare sull’aereo oggi e andare a Parigi e domani andare in Cina, dopodomani andare chissà dove. Cosa che io non avevo più voglia di fare anche per una questione fisica. Oggi una posizione come questa va data a un quarantenne. Perché se uno entra quarantenne in un’azienda come questa impiega 7-8 anni a capirla, a capire i clienti, a capire tutto il management che c’è intorno per il mondo: è un’operazione abbastanza lunga acquisire quell’esperienza necessaria per gestire al meglio un’azienda come questa”.

Lo storico braccio destro Francavilla

Del Vecchio ricorda l’incontro con Luigi Francavilla, suo braccio destro in fabbrica. “Avevo un operaio che era un cacciatore e faceva parte della squadra e così parlando con lui dissi: “Avrei bisogno di un capo officina adesso”. Mi disse che ne conosceva uno perché lavoravano insieme in Svizzera e mi ha fatto il nome di Francavilla. Ho chiamato Francavilla, lui è venuto ed è rimasto là due-tre mesi da solo in prova. Poi ha smontato la famiglia, anche lui da pazzo come me, in Svizzera. E ha trasferito la famiglia con tre figli (uno piccolo tra l’altro). Ci siamo piaciuti entrambi e quindi lui è rimasto lì e c’è ancora adesso. È un uomo che ha fatto lo stesso percorso che ho fatto io, ha condiviso con me ogni decisione che ha preso l’azienda. Diciamo che lui è il saggio e io sono il più pazzo diciamo. Però è un uomo che ormai lui ha Luxottica nel suo sangue, nel suo DNA. Io gli dò ancora del lei e lui mi dà del lei. Noi ci rispettiamo eh”.

“Luxottica non mi ha mai dato rimpianti e l’unico rimpianto ce l’ho quando vedo qualcuno che mi piace per strada e ci ha su un occhiale che non è nostro – ride Del Vecchio -. Quello è l’unico rimpianto che ho perché vorrei metterci su gli occhiali a tutti. Quando arrivo là con l’elicottero, quando scendo là ogni volta dico: “Che casino ho combinato io qua. Dico proprio così: che casino ho combinato…”

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