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Milleri, l’erede di Del Vecchio pronto alla guerra per Mediobanca

In Cronaca, In evidenza
5 Luglio 2022
Visione internazionale e alleanza con Caltagirone: il delfino nel segno della continuità

La strategia di Milleri per Mediobanca

Chi pensava che la scomparsa di Leonardo Del Vecchio potesse rimescolare le carte negli schieramenti pronti a darsi battaglia per il controllo di Mediobanca, può mettersi il cuore in pace: Delfin, cassaforte della famiglia che ha in pancia tutte le partecipazioni a cominciare dal 32% di Essilor Luxottica, per arrivare a Generali e Mediobanca, non cambierà rotta. A presiederla, secondo le disposizioni lasciate dal patron, è stato nominato ieri Francesco Milleri, che è anche presidente e amministratore delegato di EssilorLuxottica, mentre Romolo Bardin mantiene le deleghe operative nel suo ruolo di amministratore delegato.

Una questione di continuità

Una scelta di grande continuità che in tanti consideravano scontata e che anche il mercato ieri ha accolto senza scossoni. Milleri, infatti, non è solo il manager che negli ultimi anni è stato il vero braccio destro del fondatore di Luxottica, prima come amministratore con funzioni vicarie, poi come vicepresidente e dal 2018 come ceo, per assommare ora a quella carica anche la presidenza del gruppo, ma è stato soprattutto il più convinto sostenitore della linea interventista nella battaglia per il controllo di Generali (che non è affatto finita) e in quella ancora tutta da giocare per la guida di Mediobanca.

Milleri, del resto, ha avuto un ruolo chiave dell’operazione che ha portato alla fusione con Essilor, dopo anni di infruttuose trattative, e alla nascita di un colosso mondiale quotato a Parigi e caposaldo dell’Euro Stock 50, l’indice delle società a maggior capitalizzazione dell’Eurozona.

Il rapporto tra Milleri e Mediobanca

E proprio la visione internazionale di quello che è diventato il suo delfino è la qualità che maggiormente ha colpito Del Vecchio, oltre alla capacità di riorganizzazione e ottimizzazione dei processi industriali, ed è la stessa proiezione che ha portato fin da subito Milleri, al pari del suo presidente, ad entrare in rotta di collisione con Alberto Nagel, ceo di Mediobanca. Entrato nel capitale di quella che era la roccaforte del capitalismo familiare ai tempi di Enrico Cuccia, negli anni Del Vecchio ha portato a casa discrete minusvalenze e uno schiaffo doloroso come il rifiuto dell’offerta di rilevare lo Ieo, l’Istituto europeo di oncologia, (con annessa donazione di 500 milioni), orchestrato proprio da Mediobanca. Ma la critica maggiore che Del Vecchio e Milleri, in grande sintonia, hanno sempre fatto a Nagel è quella di non aver praticamente mai guardato al di là delle Alpi.

Come ai tempi di Cuccia la banca d’affari non è quasi mai uscita dal recinto nazionale, garantendosi margini e valori grazie alla partecipazione in Generali e alle attività di Chebanca e Compass. Un po’ poco per fare di Mediobanca un campione europeo e far risalire il valore di un titolo che aveva attirato Del Vecchio soprattutto per la sua sottovalutazione e i conseguenti margini di crescita. Di questo Milleri è apparso fin da subito convinto e infatti nella battaglia su Generali, che è stata la prima mossa di una partita a scacchi molto più ampia e complessa, non ha svolto certo il ruolo di frenatore, anzi l’opposto, e ora che governa la plancia di comando di Delfin nessuno si aspetta che cambi strategia. Il mandato affidatogli da Del Vecchio, del resto, è netto proprio come lo sono le disposizioni testamentarie che lo hanno portato al comando.

Cosa cambia per Nagel 

L’unica differenza rispetto al passato è che ora Milleri non risponderà a un solo azionista, che riuniva nelle sue mani sia il 25% del capitale di Delfin di diretta proprietà che il restante 75% di cui disponeva di usufrutto e diritto di voto. Adesso gli azionisti sono otto, la vedova Nicoletta Zampillo Del Vecchio, con i figli Rocco Basilico (primo matrimonio) e Leonardo Maria Del Vecchio e gli altri figli di Leonardo (Claudio, Marisa, Paola, Luca e Clemente), ognuno con un 12,5%.

La situazione della Delfin

Sarebbe quindi una bella differenza se non fosse per il fatto che lo statuto di Delfin, anche questo voluto dal fondatore, prevede che le decisioni debbano essere prese con un consenso dell’88%, quella dunque è la soglia che gli azionisti dovrebbero raggiungere per invertire le strategie già fissate dal patron, di cui Milleri è l’interprete prescelto. Non c’è scampo, per fare marcia indietro ci vuole l’unanimità. No, per Nagel l’avvicendamento al vertice di Delfin non cambia le prospettive. Tra poco inizierà la guerra e se si considera che anche da Francesco Gaetano Caltagirone (vecchio alleato di Del Vecchio nella partita Generali e quasi certo alleato di Milleri pure nel futuro) non arrivano segnali di pace, lo scenario che si apre non sarà semplice per Piazzetta Cuccia.