601 visite 6 minuti 0 commenti

Riforma delle pensioni, addio alla Fornero, si va verso quota 41

In Cronaca, In evidenza
18 Agosto 2022

La riforma delle pensioni

Non c’è nulla di semplice quando si parla di pensioni. Tanto meno di un mercato del lavoro con il tasso d’occupazione più basso del Vecchio continente: in Europa, Grecia e Portogallo esclusi, mediamente il 52% della popolazione lavora. In Italia siamo invece al 39%. Basta questo dato a far intendere che Quota 41 non può essere una riforma isolata. Ma un tassello di un più ampio progetto sostenibile per i conti pubblici. Con dei correttivi sul breve periodo e poi, a medio termine, con un cambio di passo nel tasso di occupazione, nelle politiche del lavoro e nella produttività. E non senza uno stop definitivo alla Fornero.

«Il primo passo è eliminare l’errore tecnico introdotto dalla Fornero con l’adeguamento dell’anzianità contributiva alla speranza di vita» ha spiegato a Verità&Affari Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, in passato sottosegretario al ministero del Welfare con delega alla previdenza. Poi c’è la riforma pensionistica nel programma del centrodestra: «Quota 41 è molto costosa, ma se riduco le spese per le politiche passive, posso riequilibrare tutto tenendo conto di alcuni correttivi» ha chiarito.

Lo scenario

La situazione non è facile: i conti pubblici vanno tenuti ordine in una una fase di forte invecchiamento della popolazione con i baby boomers che si avviano alla pensione. «Si tratta di persone che hanno avuto lavori molto continuativi e quindi è gente che ha un nastro contributivo completo – ha spiegato -. Di conseguenza introdurre già oggi i 41 anni senza alcun vincolo di età se da un lato è condivisibile dopo 41 anni di lavoro, dal punto di vista economico crea diversi problemi. Non li genererebbe probabilmente fra dieci o dodici anni, ma in questo frangente si». Anche perché sul mercato italiano «mancano 1,2 milioni di lavoratori e quota 41 deve fare il conto con la penuria di forza lavoro disponibile e soprattutto con la finanza pubblica» ha detto.

Due le opzioni quota 41

Secondo l’esperto, «nell’immediato si potrebbero introdurre dei correttivi come i 41 anni effettivi di lavoro, eliminando tutte le varie contribuzioni figurative che, nella vita di ogni lavoratori, sono mediamente tre anni per maternità malattie, infortuni, cassa integrazione, disoccupazione involontaria – ha chiarito-. Quindi al netto della maternità che non può entrare in questo conteggio, il resto non andrebbe contabilizzato consentendo di mettere in atto da subito quota 41».

Ma c’è anche un’altra possibilità per raggiungere di fatto quota 41: «Si può restare come oggi con canali di uscita di 41 anni e dieci mesi per le donne e 42 anni e dieci mesi per gli uomini – ha spiegato -. Ma alle donne scontare un anticipo di circa otto mesi per ogni figlio fino ad un massimo di tre, quindi 24 mesi, consentendo anche di andare in pensione a 39 anni e dieci mesi. Per gli uomini basta inserire la clausola che è già vigente nella legge Dini per i precoci, cioè se hai lavorato prima del compimento dei 19 anni per almeno 12 mesi anche non consecutivi, c’è uno sconto di circa un anno e mezzo. In questo caso, con questi paletti, Quota 41 si può fare».

Addio alla Fornero

Ma prima bisogna dire addio alla Fornero che, secondo Brambilla, ha portato in dote un errore tecnico: l’adeguamento dell’anzianità contributiva all’aspettativa di vita. «Prima ancora di parlare di 41 anni, bisogna dire che la legge Fornero per quanto riguarda l’anzianità contributiva è definitivamente bloccata. Non solo fino al 2026» ha aggiunto. Se non fosse per lo stop introdotto nel 2019, «saremmo arrivati già oggi a 43 anni e tre mesi e l’anno venturo a 43 anni e 5 mesi per gli uomini e 42 anni e 5 mesi per le donne – ha precisato -. Quindi non mettiamo un’altra pezza con quota 41. Bisogna eliminare l’errore della Fornero. Altrimenti siamo sempre li con la Ragioneria generale dello Stato che farà come ha sempre fatto con quota 100 e con i precoci: una misura che dura per tre anni. E da qui a tre anni saremmo punto e a capo». Nella sua visione, poi, il sistema deve funzionare anche per i «contributivi puri», che hanno iniziato a lavorare il primo gennaio del 1996. «Solo così c’è una riforma organizzata, arginando la Fornero, mettendo dei paletti e selezionando i futuri beneficiari, avvantaggiando chi realmente fa un lavoro usurante o chi ha iniziato a lavorare da giovane» ha chiarito.

Lavoro e produttività

Intanto però bisogna eliminare tutte le leggi che frenano l’occupazione. «Oggi abbiamo circa 5,5 milioni di persone che sono finanziate dallo Stato sotto forma di cassa integrazione ordinaria e straordinaria, di Naspi, Reddito di cittadinanza o altre forme di sostegno. È un costo enorme per le politiche passive del lavoro che andrebbe bene in un momento in cui non c’è richiesta di lavoro, Ma oggi le imprese cercano lavoratori. – ha concluso -. Quindi è necessario ridurre la spesa per le politiche passive (circa 50 miliardi l’anno, ndr) , aumentare quella per quelle attive favorendo la formazione per le professionalità richieste e dare la possibili la possibilità di andare in pensione anticipatamente secondo precisi paletti. Se il progetto è completo, ha una sua logica».

/ Articoli pubblicati: 87

Giornalista di economia e finanza. Ha lavorato per i principali editori italiani fra Milano, Roma e Parigi. È autrice del libro "Vincent Bolloré, il nuovo re dei media europei" (2015), recensito in Italia e all'estero e attualmente unico libro in inglese sul miliardario bretone, e "Telecommedia a banda larga, cronaca breve della disconnessione politica italiana" (2020). Unico giornalista italiano citato da Reporters without borders nel rapporto sugli Oligarchi alla conquista dei media del Vecchio continente.