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Lo scudo della Lagarde resta solo sulla carta, un metadone per i mercati

In Cronaca
16 Giugno 2022

Il mezzo passo fatto dalla Bce

«Non siamo qui per ridurre gli spread, non è la funzione della Bce», disse Christine Lagarde il 12 marzo 2020 scatenando il panico sui mercati e facendo schizzare lo spread. Il 19 marzo, arrivò un’altra dichiarazione: «tempi straordinari richiedono azioni straordinarie», con cui madame Lagarde fece partire il piano straordinario di acquisti Pepp, sul filo della violazione dei Trattati, per mettere una toppa al clamoroso buco aperto nei mercati finanziari solo sette giorni prima presumendo di essere in pieno controllo della situazione con gli strumenti a sua disposizione.

Un film simile a quello visto in questi giorni. Il 9 giugno è arrivato l’annuncio della fine dell’era del quantitative easing dopo undici anni con l’aumento dei tassi di 25 punti base da luglio e poi a settembre di altri 50 punti, se necessario. Ma nessuna indicazione sullo scudo anti-spread. Risultato: spread alle stelle con i tassi dei Btp a dieci anni volati sopra la soglia del 4% con un sell-off che non ha risparmiato neppure il Bund tedesco. Ecco, quindi, che ieri è arrivata la toppa. O meglio, l’annuncio di un annuncio.

Con una riunione d’emergenza il consiglio direttivo della Bce ha avviato i reinvestimenti flessibili del piano pandemico Pepp. Ciò vuol dire che Francoforte potrà riacquistare i titoli dopo la loro scadenza deviando dalle quote definite per Paese. Inoltre, ha affidato ai comitati dell’Eurosistema e allo staff interno il compito di «accelerare il completamento della progettazione di un nuovo strumento anti-frammentazione». La Banca Centrale europea ha dunque deciso di conferire un mandato ai Comitati dell’Eurosistema, per accelerare il completamento della progettazione di un nuovo strumento anti-frammentazione da sottoporre al Consiglio direttivo.

Gli effetti della pandemia

I tecnici di Francoforte hanno rilevato che «la pandemia ha lasciato vulnerabilità durature nell’economia dell’area dell’euro che stanno contribuendo alla trasmissione non omogenea della normalizzazione della politica monetaria tra le giurisdizioni». Sulla base di questa valutazione, il consiglio direttivo ha deciso che «applicherà flessibilità nel reinvestimento dei rimborsi in scadenza nel portafoglio Pepp, al fine di preservare il funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria, condizione preliminare affinché la Bce sia in grado di realizzare il mandato sulla stabilità dei prezzi». Insomma, appena sei giorni dopo aver messo fine all’acquisto di titoli, la squadra guidata da Lagarde ha annunciato uno strumento (i reinvestimenti flessibili del Pepp) che aveva già ripetutamente annunciato e promette uno strumento anti-frammentazione da progettare.
incertezza

La “camomilla” versata da Francoforte ha avuto l’effetto di placare lo spread che ha chiuso in calo a 216,5 punti il differenziale tra i Btp italiani e i Bund decennali tedeschi contro i 241 punti segnati martedì a fine seduta. In ribasso di 36,4 punti il rendimento annuo italiano al 3,799%, contro gli 11,1 punti in meno segnati in Germania e i 16,6 punti in meno della Francia. Ma resta la tensione sui mercati – già scoraggiati dalla vaghezza del meeting di settimana scorsa – perché ciò che gli investitori temono di più è l’incertezza. E ieri, al netto del conferimento di un mandato, non sono arrivati nuovi dettagli dal punto di vista operativo su come sarà e cosa sarà questo scudo anti-frammentazione teso ad evitare che lo spread dei paesi più indebitati vada fuori controllo. Già martedì, inoltre, il tiro della Lagarde del 9 giugno era stato aggiustato da Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo, che aveva assicurato che l’impegno della Bce contro spread ingiustificati dai fondamentali sarebbe stato «senza limiti».

Il debito pubblico dell’Italia

Il difficile equilibrio che dovrà perseguire la Bce consiste nel permettere ai tassi di interesse di salire senza che questo minacci la solvibilità dei Paesi membri più indebitati. Come l’Italia, considerando che proprio ieri Bankitalia ha diffuso i dati aggiornati: ad aprile 2022 il debito pubblico italiano sale a 2.758,9 miliardi di euro, 3,49 miliardi di euro in più rispetto al mese precedente e 78,7 miliardi in più rispetto ad aprile 2021. Ecco perché la riunione di emergenza della Bce non convince del tutto gli analisti, cauti sull’efficacia, tutta da dimostrare, del mandato annunciato ieri e convinti del fatto che il mercato ritornerà a mettere sotto pressione i titoli di stato dei Paesi periferici. Secondo alcuni broker, inoltre, il Consiglio direttivo potrebbe essere ancora diviso sull’opportunità e la necessità di introdurre un nuovo meccanismo di stabilizzazione mentre la flessibilità nei reinvestimenti non risolve in modo sufficientemente efficace il problema della frammentazione. Più che un whatever it takes sembra che la Bce abbia mostrato dove si colloca la soglia di dolore senza però chiarire cosa ci sia davvero nella cassetta degli attrezzi di Francoforte.