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Mps, la sentenza che assolve Mussari e Vigni mette sotto accusa l’ex governatore Draghi

In Cronaca, Primo piano
17 Luglio 2022
Per la Corte d’Appello gli ex vertici della banca non hanno ostacolato i controlli di Bankitalia

La sentenza Mps

La notizia è arrivata dalla Corte di appello di Firenze e deve avere fatto saltare sulla sedia anche il presidente del Consiglio dimissionario, Mario Draghi. La corte di appello di Firenze ha infatti assolto con la formula piena del «fatto non sussiste» gli ex vertici di Mps Giuseppe Mussari (presidente), Antonio Vigni (direttore generale) e Gian Luca Baldassarri (direttore dell’area finanza), dall’accusa di avere ostacolato la vigilanza della Banca di Italia nascondendo i guai che venivano dalla ristrutturazione del derivato Alexandria. È il secondo processo di appello che si è tenuto dopo che la Cassazione lo aveva rinviato in quel grado con la difesa degli imputati che aveva chiesto una formula più larga rispetto all’originaria assoluzione «perché il fatto non costituisce reato».

Le accuse rivolte ai vertici di Mps

I tre erano stati accusati di avere nascosto agli ispettori della Banca di Italia prima la reale situazione del derivato Alexandria e poi il successivo mandate agreement con i giapponesi di Nomura per la ristrutturazione dello stesso. Per questa accusa tutti e tre gli ex manager di Mps in primo grado furono condannati invece a 3 anni e sei mesi oltre a cinque anni di interdizione.

Il derivato Alexandria fu una delle due scommesse finanziarie rivelatesi poi fallimentari (l’altra è Santorini) sottoscritte da Mps prima della costosissima e anche qui suicida acquisizione di Banca Antonveneta per una cifra superiore ai 9 miliardi di euro. Alexandria nacque nel 2005 con un contratto stipulato con la Dresdner bank di Londra, e alla vigilia della acquisizione di Antonveneta aveva già causato perdite milionarie a Mps che si sommavano a quelle di Santorini. La tesi dei pm è che tutto questo, come la successiva ristrutturazione del derivato, era stato nascosto alla vigilanza della Banca di Italia allora guidata dal governatore Mario Draghi.

Fosse stato conosciuto nel dettaglio avrebbe probabilmente complicato non poco l’ok della banca centrale all’operazione Antonveneta, che fu firmato dallo stesso Draghi il 17 marzo del 2008 e poi motivato nel dettaglio dalla stessa Banca di Italia qualche tempo dopo. Come è noto, fu proprio quella operazione divenuta drammatica dopo lo shock provocato ai mercati dal caso Lehman Brothers, a mettere davvero Mps in guai da cui per oltre un decennio non è riuscita più a sollevarsi.

La tesi del processo

Nell’impostazione iniziale di questo processo dunque la Banca di Italia guidata da Draghi risultava vittima di una sostanziale truffa alla vigilanza, con i vertici di Mps che secondo quella tesi avrebbero ostacolato il lavoro degli ispettori e nascosto le perdite che già stavano emergendo.

Con la sentenza di ieri a Firenze viene ribaltata tutta quella storia, scaricando interamente sulle spalle della Banca di Italia dell’epoca Draghi il disastro Antonveneta a cui è stato condannato il Monte dei Paschi. Certo le decisioni furono prese dal management, che però è stato assolto per non avere affatto ostacolato la vigilanza della banca centrale, né avere nascosto agli ispettori inviati la situazione finanziaria provocata anche da quei derivati.

Se ne erano quindi a conoscenza, avevano tutti gli elementi in mano per negare quella autorizzazione all’acquisto che invece tragicamente Draghi firmò. Per ricostruire nel dettaglio la catena degli errori ricostruita dai magistrati naturalmente bisognerà leggere nel dettaglio le motivazione di questa clamorosa scelta giudiziaria che riapre una ferita che l’attuale presidente del Consiglio dimissionario aveva pensato suturata ormai da tempo.