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Lo Stato si dimentica di pagare 5,2 miliardi ai suoi fornitori

In Approfondimenti, Cronaca
3 Luglio 2022
Ricevute oltre 3,6 milioni di fatture: un terzo non sono state liquidate

Il pagamento dei fornitori dello Stato

Anche l’anno scorso lo Stato si scopre smemorato sul pagamento dei propri fornitori. Nel 2021 ha ricevuto oltre 3,6 milioni di fatture (3.657.000 per essere precisi) per un importo complessivo pari a 18 miliardi di euro. Di queste ne ha liquidate 2,42 milioni, corrispondendo alle imprese fornitrici 12,8 miliardi di euro, ma si è “dimenticato” di saldarne 1.237.000. Si tratta di fatture che nel complesso hanno portato allo Stato un “risparmio” di 5,2 miliardi di euro. Ma non solo. Dei 12,8 miliardi di debiti onorati, inoltre, «il 28,2% (pari a 3,6 miliardi di euro) è stato pagato in ritardo, ovvero non rispettando le disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento».

I conti in tasca allo Stato li ha fatti l’Ufficio studi Cgia, che ha rielaborato i dati della Corte dei Conti. «Una cosa inaudita – attaccano gli artigiani di Mestre – che dimostra come la nostra Pubblica amministrazione, in questo caso quella centrale, continua a mettere a repentaglio la tenuta finanziaria di tante imprese, soprattutto di piccola dimensione, attraverso una condotta, in materia di pagamenti, a dir poco disdicevole».

Il saldo delle fatture della Pa

Non si tratta di una novità, anzi. Quella della Pa, evidenzia Cgia riprendendo la posizione della Corte dei Conti, sta anche diventano una prassi sempre più consolidata. «Liquida le fatture di importo maggiore entro i termini di legge, mantenendo così il tempo medio di pagamento ponderato entro i limiti previsti dalla norma – sottolinea –, ma ritarda intenzionalmente il saldo di quelle con importi minori, penalizzando, in particolar modo, le imprese fornitrici di prestazioni di beni e servizi con volumi bassi; cioè le piccole imprese».

Ma, come ricorda l’Ufficio studi della Cgia, i numeri snocciolati dei mancati pagamenti, riguardano solo l’amministrazione centrale. Sono quindi escluse le fatture emesse a regioni, enti locali (province, comuni, comunità montane, ecc) e sanità. Si tratta di settori che non rappresentano il lato buono della medaglia. Infatti, evidenzia la Cgia, questi settori da sempre presentano tempi di pagamento (medi e ponderati) e debiti commerciali nettamente superiori a quelli registrati dallo Stato centrale. Si tratta insomma di una denuncia che riguarda «solo la punta dell’iceberg di un malcostume che, purtroppo, attanaglia tutta la nostra Pa».

Debiti in salita

Una prassi che ha portato all’accumulo di debiti commerciali e continua a crescere. Nel 2021, l’ultima rilevazione presentata nei mesi scorsi, ha toccato il record di 55,6 miliardi di euro. Una cifra che rapportata al nostro Pil nazionale è pari al 3,1%. «Nessun altro Paese dell’Ue registra uno score così negativo», sottolinea la Cgia. Dei principali competitor commerciali dell’Italia i debiti di parte corrente sul Pil della Spagna sono pari allo 0,8%, in Olanda all’1,2%, in Francia all’1,4% e in Germania all’1,6%. «Persino la Grecia, che l’anno scorso aveva un rapporto debito pubblico/Pil che sfiorava il 203%, presenta un’incidenza dei debiti commerciali sul Pil quasi la metà della nostra: 1,7%», sottolinea la Cgia.

Condanna europea

Numeri che condannano l’Italia, esattamente come ha già fatto la Corte di Giustizia europea, ricorda la Cgia. Nella sentenza pubblicata il 28 gennaio 2020 La Corte di Giustizia europea ha affermato che l’Italia ha violato l’art. 4 della direttiva Ue 2011/7 sui tempi di pagamento nelle transazioni commerciali tra amministrazioni pubbliche e imprese private. Per i ritardi è arrivata una reprimenda anche dalla Commissione europea direttamente al governo. Nonostante negli ultimi anni i ritardi medi sono in leggero calo, spiega la Cgia, «nel 2021 la Commissione europea ha inviato al governo Draghi una lettera di messa in mora sul mancato rispetto delle disposizioni previste dalla direttiva europea approvata 10 anni fa». Inoltre è aperta contro l’Italia una procedura per il codice dei contratti pubblici. Nonostante a livello comunitario sia previsto un limite massimo di 30 giorni per il pagamento, in Italia il termine è ancora fissato a 45 giorni.

La soluzione proposta

La questione è un problema sostanziale per le Pmi che contano sui soldi delle fatture emesse allo Stato. Per l’Ufficio studi della Cgia c’è solo una cosa da fare: «Prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i crediti certi liquidi ed esigibili maturati da una impresa nei confronti della Pa e i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da decenni. E finalmente – sottolinea –, pare ci sia qualche segnale che va nella giusta direzione. In sede di conversione in legge del Decreto aiuti, giovedì scorso le Commissioni Finanze e Bilancio della Camera hanno approvato un emendamento che renderebbe strutturale la proposta richiamata più sopra».