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La storia non scritta della famiglia Agnelli-Elkann e lo strano rapporto con la politica

In Cronaca, In evidenza
1 Agosto 2022

La storia della famiglia Agnelli

Usarla. Comprarla. Disprezzarla. È sempre stato questo l’imperativo categorico della famiglia Agnelli-Elkann nei confronti della politica. Cioè di noi, alla fin fine. O quanto meno dei soldi dei contribuenti che contribuiscono. Moltiplicate i miliardi per 123 anni, ovvero per il tempo passato dall’11 luglio 1899, data ufficiale di fondazione della Fiat, e poi sarete in grado di rispondere adeguatamente al vecchio adagio del Lingotto per cui «ciò che è bene per la Fiat e bene per l’Italia» e, se ritenete, capovolgetelo almeno un po’. Sempre con il dovuto rispetto per la Real Casa, che dal 1945 è solo quella Agnelli, ma prima erano due.

Ed è proprio da un filmato del 15 maggio 1939 che bisogna partire per capire il rapporto degli Agnelli con la politica. Nelle immagini si vede il “Senatore” Giovanni Agnelli (1866-1945), che prima di industriarsi era un ufficiale dei Savoia, presentare a Benito Mussolini, sotto la pioggia, il nuovo stabilimento di Mirafiori. Il duce non è molto contento della parata (gli operai, pur tenendo egli un discorso da vecchio socialista, lo accolgono con una certa freddezza) e a un certo punto se ne va anche. Il Senatore invece è tanto contento di avere Benito a tagliare i nastri e alla fine lo insegue per scusarsi. Ovviamente, quell’impianto che darà lavoro in quel momento a 60.000 persone (oggi a stento un decimo, in cassa integrazione) è davvero una “gigafactory” e deve molto al pubblico denaro “fascista”.

Il senatore Agnelli

Per capire anche le ipocrisie di oggi degli Elkann e dei loro giornali, quando il Senatore Fondatore omaggia Mussolini, questi aveva già sfornato le leggi contro gli ebrei da otto mesi, con l’innocente complicità dei Savoia di turno (i veri amici della Fiat). Dopo la guerra, grazie al nipote Gianni (1921-2003), sedicente “Avvocato”, per settanta anni viene raccontata al mondo intero la favoletta degli Agnelli antifascisti, “amici degli Stati Uniti” e naturalmente anche di Israele. Va bene tutto, per carità. Ma non c’è di che salire in cattedra.

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