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Sindaci e imprenditori tifano Draghi per spendersi i soldi del Pnrr

In Economia, In evidenza
19 Luglio 2022

Cosa nasconde l’appello firmato per il premier Draghi

In un’economia statalista o quasi sovietizzata – è una nemesi mentre stiamo combattendo contro Vladimir Putin – come quella che ci lascia in eredità oltre un decennio di guida Pd senza consenso delle urne, mancava solo il culto della personalità. Il partito di Enrico Letta, dove la memoria rettile richiama vetuste iniziative di lotta pro governo, si è dato un gran d’affare per mobilitare mille sindaci che chiedono a Mario Draghi «nun me lassà». Sulla famosissima canzone Torna a Surriento c’è un aneddoto che si presta al momento. Ernesto De Curtis la compose mentre era ospite dell’hotel di Guglielmo Tramontano, sindaco di Sorrento, dove soggiornava anche l’allora capo del governo Giuseppe Zanardelli. Si dice che Tramontano chiese a De Curtis di far eseguire la canzone in modo tale che Zanardelli tenesse a mente di finanziare le opere pubbliche necessarie al Comune. E così i sindaci, in prevalenza del Pd, intonano a Draghi «non darme stu tormento». Ma è vera gloria? Se ancora Antonio Di Pietro vestisse la toga del censore e invece di difendere chi fabbrica lampioni facesse piena luce si potrebbe parlare di voto di scambio.

L’ansia di Mario Draghi

Molti ignorarono, o fanno finta di non saperlo, che il mitologico Pnrr assegna alla diretta gestione dei sindaci oltre un quarto delle risorse complessive: 50 miliardi! Che poi – sempre per stare dalle parti degli spartiti musicali e non dei soldi dati un po’ a ciascuno – il Pnrr sia come scrive Lorenzo Da Ponte in Così fan tutte «l’Araba fenice che ci sia ognun lo dice cosa sia nessun lo sa» è un’aggravante. Perché assegna ai primi cittadini una discrezionalità massima. A Mario Draghi gli ha preso l’ansia di fare brutta figura in Europa e pur di spendere questi soldi – sono per tre quarti debito – con i sindaci è molto di manica larga. Si sentono snocciolare i progetti più diversi e più fantasiosi. A 21 borghi (uno a regione più le due province di Trento e Bolzano) sono stati assegnati 20 milioni di euro ciascuno per la riqualificazione urbana. A Rocca Calascio, in Abruzzo gli abitanti sono 122, fanno 163.934 euro a testa. A Palù di Fersina (TN) stanno in 163 e la lotteria del Pnrr porta quasi 123 mila euro a cranio, ma il record spetta a Campolo, nel bolognese, che con 57 anime si becca quasi 351 mila euro ad abitante e a Elva in Piemonte che porta a casa appena meno di 241 mila euro per residente. A guardarci dentro a questi fondi del Pnrr destinati ai Comuni ci sono dei gioielli assoluti.

La bonifica delle discariche

Ad esempio a Terre del Reno, nel ferrarese, feudo del ministro per i beni culturali Enrico Franceschini, i soldi serviranno per bonificare due discariche (su una ci sono anche dei contenziosi legali) incombenza che non ha nulla di eccezionale e di programmatico. Altro capitolo da 30 milioni: l’assunzione a tempo determinato per i Comuni sotto i 5 mila abitanti di personale. Ora tradurre assunzione in voti è così peregrino in Italia? Basta leggersi cosa scrive sul suo sito Fpa Digital una delle tante (troppe?) agenzie di consulenza che stanno dando supporto ai Comuni (che poi questi imprenditori applaudano a Draghi non pare così anomalo): «Per queste amministrazioni passerà una fetta importante degli investimenti del Pnrr, ma anche è lì che i cittadini e le imprese incontrano l’amministrazione, è lì che si mediano gli interessi dei singoli per farli divenire interessi della comunità locale, è lì che si sperimenta la possibilità di creare valore pubblico». Bisognerebbe aggiungere con denari privati visto che per definizione il denaro pubblico non esiste, ma è solo ricchezza sottratta ai cittadini. Probabilmente parenti e amici saranno ad affollare le piazze pro Draghi convocate dal Pd con sottofondo musicale di «nun me lassà».

Le assunzioni sono immediate

Per quei mille sindaci il Pnrr è una straordinaria occasione di consenso. Con una doppia valenza. Mentre gli investimenti sono futuri e molto incerti – al momento non un euro dei mitologici 200 miliardi “europei” si è tradotto in cantiere – le assunzioni sono immediate e concretissime. Per avere idea di cosa sia il Pnrr tradotto in chiave locale bisognerebbe fare il conto dei soldi programmati in piste ciclabili, in non meglio precisati investimenti in turismo e cultura. L’Anci (l’associazione dei Comuni) a fine giugno nella Nuvola – nomina sunt consequentia rerum – di Fuksas ha tenuto una convention (finanziata dal Pnrr?) “Missione Italia” per spiegare che il 25% di quei cinquanta miliardi saranno destinati a investimento. Il resto? Transizione digitale, energetica, miglioramento della qualità della vita. Logico che il Sindaco dei sindaci Antonio De Caro di Bari, ovviamente Pd, dica: «I prossimi mesi saranno decisivi per garantire il buon esito degli investimenti del Pnrr. Come sindaci sappiamo bene che la fiducia degli italiani nel futuro e verso le istituzioni è un patrimonio prezioso che non va disperso, ci auguriamo che questa consapevolezza animi le scelte politiche di tutti nei prossimi giorni». Tradotto in romanesco: «E quando me ricapita?». Però tutti a magnificare il fatto che la parte viva del paese (l’11,7% dei sindaci: sono 8500 per Draghi firmano in mille) sta col presidente del Consiglio. Non solo, con lui stanno anche le imprese. Delle banche diremo prossimamente. Sicuro? Per ora solo Confindustria si è espressa.

Le imprese di costruzione

Di certo con Draghi stanno le imprese di costruzioni e quelle delle energie rinnovabili. Gli edili obtorto collo: sono appesi all’interpretazione ultima del Superbonus (l’ennesima prova che della parola data dallo Stato non ci si può fidare) che segna il rischio fallimento per 33 mila imprese e sperano anch’esse nel Pnrr per gli investimenti. Quelli delle rinnovabili hanno tutt’ora in mano la fetta più consistente (oltre 64 miliardi) di fondi. Temono come la peste e più del Covid un cambio di governo perché Fratelli d’Italia, ma anche la Lega hanno già detto che il «Pnrr va ricontrattato: ci sono obbiettivi superati dall’attualità». C’è il rischio per molti che se si riscrive il perimetro degli investimenti svaniscano gli agognati quattrini. Tacciono invece le federazioni delle imprese minori. Sono quelle che vantano 65 miliardi di credito dallo Stato cattivo pagatore. La benemerita Cgia di Mestre fa sapere che da qui alla fine dell’anno si rischia un boom di fallimenti. Le cause? Il Superbonus, i mancati pagamenti, la stretta al credito. E anche il fatto che il governo di Mario Draghi – contando su un’ottima stampa – annuncia molto, ma fa molto meno. Mancano ancora un terzo dei decreti attuativi (510 per la precisione) come certifica Openpolis e sono quasi tutti quelli che servono per erogare contributi. L’unica solerte a emanare è l’Agenzia delle Entrate che ha una performance dell’85% di attuazione. Perché lo Stato si sbriga solo quando deve incassare! Il famoso decreto aiuti non votato dai grillini al Senato è del tutto privo di disposizioni di attuazione di cui due fondamentali in capo al ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd) che ci metteranno almeno sei mesi ad arrivare. Tornando al Pnrr è curioso notare come il ministero che ha più fondi, quello di Roberto Cingolani, è il più lento. Oltre il 70% dei decreti attuativi che riguardano la Transizione energetica ed ecologica non è stato adottato. Il secondo ministero cardine è quello delle Infrastrutture: è indietro del 42% dei suoi decreti attuativi. Se cade Draghi si scopre che il Pnrr è un bluff più che una Cornucopia? Ah sia detto per inciso: il mitologico corno della fortuna era di proprietà di Amaltea, la capra che nutrì Zeus.