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Si ferma l’export di frutta e verdura, per l’Italia perdita da un miliardo di euro

In Economia
22 Settembre 2022

L’export di frutta e verdura

Siamo alla frutta. Anzi forse stiamo per pagare il conto: salatissimo. L’orto e il frutteto Italia sono allo stremo, l’Europa ci impone di tagliare la produzione e i paesi extraue si fanno ricchi – ad esempio il Marocco – sfruttando la competizione sul prezzo mentre i consumatori con i redditi falcidiati da bollette e inflazione smettono di comprare. Nei primi sei mesi dell’anno si è bloccato del tutto l’export e quello che era uno degli attivi di maggior peso nel comparto agroalimentare precipita dell’819% . A conti fatti stiamo lasciando sul terreno un miliardo di saldo attivo mentre il record di esportazioni dello scorso anno oltre 5,2 miliardi, si è dissolto. Stiamo perdendo a valore oltre il 3,8% e in quantità il 6,8. Ma ci sono comparti che probabilmente non si risolleveranno più dalla crisi.

Nel ferrarese che uno dei “giacimenti” più importanti del nostro frutteto le imprese stanno espiantando centinaia di ettari di alberi di pero. È una referenza che è crollata di oltre il 66% in un semestre e la concorrenza estera sui mercati comunitari (principale sbocco delle nostre produzioni) è così forte che nessuno compra più le pere made in Italy che sono le più buone del mondo, ma hanno prezzi non competitivi. È il Belgio in primis che sta approfittando della crisi italiana determinata come spiega il presidente di Confagricoltura di Ferrara Gianluca Vertuani da quattro fattori: «cambiamenti climatici, parassiti, aumento dei costi e gli attacchi della cimice asiatica favoriti dall’abbandono di alcuni fitofarmaci».

Il conflitto

Ma sostanzialmente la lista delle motivazioni che stanno mettendo in ginocchio le nostre produzioni condivisa da tutto. Marco Salvi, presidente di Fruitimprese che è la più importante associazione di settore – oltre 300 imprese per 8 miliardi di fatturato – osserva: «La situazione è divenuta insostenibile. L’abbiamo denunciata prima dell’inizio del conflitto in Ucraina quando vedevamo i prezzi dell’energia impennarsi. Ma ora non si regge più. L’Italia rischia di perdere del tutto il comparto.

I produttori agricoli e le aziende commerciali, che finora hanno garantito le forniture dei prodotti ortofrutticoli freschi e trasformati non possono più far fronte da soli agli aumenti del 300% dell’energia, del 100% dei trasporti internazionali, dal 30 al 70% dei prodotti per il confezionamento. È necessario che la distribuzione nazionale ed estera abbandoni il ruolo di paladini dei consumatori, che spetta invece alle istituzioni, e prenda coscienza di uno stato di fatto che sta obbligando molti operatori a rinunciare alle forniture o addirittura, se non cambiano le condizioni, a non riprendere l’attività per le campagne autunnali e invernali».

L’accusa di Savi è precisa: se non si ritoccano i listini finali restituendo marginalità positiva a chi coltiva e produce non c’è futuro. Il tema è sempre lo stesso: la grande distribuzione usa il prodotto fresco come “civetta” e spinge sulle promozioni. Il risultato è il fallimento del frutteto. Ma Savi punta il dito anche contro l’Europa. «La Commissione non si sta dimostrando all’altezza della situazione – osserva il presidente di Fruitimprese – da un lato non sa gestire la crisi energetica, con un atteggiamento passivo e poco lungimirante, mentre dall’altro, con la proposta di regolamento sulla riduzione dei prodotti fitosanitari, si mostra decisa e inflessibile e in nome di una discutibile ideologia ambientalista rischia di decimare le produzioni agricole italiane ed europee. È il momento che ognuno faccia la sua parte altrimenti questa fase economica, che si annuncia ancora più dura nei prossimi mesi, potrebbe decretare il definitivo declino di un settore tra i più importanti dell’agroalimentare italiano».

Consumi giù

Detto questo c’è l’altra faccia della medaglia. Mentre le famiglie stringono sui consumi – l’acquisto di frutta e verdura è in calo nell’ultimo trimestre di oltre l’8% a fronte di un aumento medio dei prezzi di undici punti – e quindi si vende meno prodotto italiano, il nostro mercato è diventato ancor più permeabile alle importazioni. Un caso emblematico è quello del Marocco che ha fatto il record di esportazione di agrumi. In testa ci sono clementine e mandarini – quelli calabresi non si vendono più – con un 629.300 tonnellate, corrispondenti a un più 40% rispetto alla stagione precedente.

Per le arance, il volume esportato è salito del 42% rispetto all’annata precedente. Il ministero dell’Agricoltura del Marocco ha fatto sapere che la produzione è salita a 2,67 milioni di tonnellate, con un aumento del più 14% rispetto alla stagione 2020-21. E se il Marocco ride piange invece la filiera del quarta gamma (insalate in busta per capirci). Il vicepresidente di Unaproa (organizzazione die produttori) Felice Poli ha lanciato un allarme: «Aumentano i costi, diminuiscono i consumi e soprattutto abbiamo un problema di manodopera che non si trova o se si trova non adeguatamente formata».

Tutti i numeri

La crisi è perfettamente rappresentata dai numeri dell’export. Frutta fresca (-7,68%) e agrumi (-15,2%) sono a terra. In forte crescita invece le importazioni con incrementi a valore quasi tutti a doppia cifra: agrumi (+38,6%), legumi-ortaggi (+32,8%), frutta fresca (+9,5%), frutta secca (+25%). Le quantità importate (oltre 2 milioni tonnellate) superano ampiamente l’export (1,7 milioni tonnellate). Il saldo commerciale passa da 635 milioni di euro nel primo semestre dello scorso anno ai 115 milioni di oggi.

Analizzando i vari comparti si vede la crisi delle pere(-60,5%) mentre mele e kiwi si confermano i prodotti più esportati con circa 500 milioni di euro e le mele e 283,5 milioni. Ma il dato dell’export di frutta esotica segnala un cambiamento di pelle del business. L’Italia smette di coltivare e si sta trasformando in una sorta di hub della frutta che arriva dall’estero. Le imprese stanno riconvertendo il loro ruolo sfruttando una rete distributiva competitiva e relazioni commerciali col rischio però di trasformare la penisola da giardino d’Europa in magazzino di stoccaggio con la perdita quasi totale dell’attività agricola.