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Fazio ricorda: «Le cene con il Fondo Monetario per salvare l’Italia»

In Economia
24 Novembre 2022

I ricordi dell’ex governatore della Banca d’Italia

Era il 1974 quando scoppiò la prima crisi petrolifera. Bisognava fare interventi sul mercato, ma le riserve si assottigliavano rapidamente. Allora avevo 38 anni e in Banca di Italia Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi mi avevano messo al servizio studi e da lì mi trovai la prima grande crisi con la quadruplicazione dei prezzi del petrolio.

In quei giorni Carli e Rinaldo Ossola decidono una mossa abbastanza ardita: rivolgersi al Fondo monetario internazionale per farsi aiutare a dominare la situazione del mercato dei cambi. Mi coinvolgono nell’operazione e mi dicono la loro preoccupazione: «Se adesso si sa che andiamo a Washington a chiedere i soldi, il rischio è che qui la situazione si aggravi».

Ma qualcuno del gruppo ha un’idea: «Siccome a Washington c’è la conferenza per l’energia, la vostra delegazione deve infilarsi lì fingendo di parteciparvi». Così facemmo: nella delegazione c’ero io, c’era Carlo Santini e c’era Paolo Savona. Arriviamo e iniziamo una discussione durissima. «Dovete svalutare subito la lira», ci dicono quelli del Fmi. Rispondo «Vi ricordate che in Italia c’è la scala mobile? Se svalutiamo non ne veniamo più a capo”». Ci dicono che bisogna mettere a posto subito i conti pubblici, e da lì inizia la durissima trattativa che durerà più di 15 giorni. Ogni discussione iniziava con un dinner, con la regola che durante il primo piatto non si discuteva e poi si accapigliava dalla seconda portata in poi.

Il jet lag

Serate e nottate così, con qualcuno di noi che per il jet lag si svegliava alle 4 del mattino e buttava giù simulazioni del modello econometrico. Quell’anno- eravamo nel mese di marzo- per altro ci fu un particolare freddo, vero e proprio gelo a Washington. Per resistere io, Savona e non ricordo più chi altro ci comprammo un colbacco a testa. La mattina prima di uscire i notiziari raccontano che dall’Urss era fuggito il dissidente più famoso: Aleksandr Solzhenitsyn. Ci mettiamo in testa il colbacco, saliamo sul taxi e l’autista inizia a deriderci: ah, ah, ve l’ha fatta sotto il naso. Ci aveva scambiati per russi.

Alla fine ci mettiamo d’accordo: stabiliamo un piano di interventi e abbiamo la bozza di una lettera di intenti firmata che portiamo a casa. Ma arriviamo in Italia e il governo entra in crisi, e lasciamo a quello successivo il nostro piano che è stato approvato dai tecnici del Fondo monetario. Il piano aveva vincoli molto stretti, ma alla fine fu applicato e funzionò il salvataggio dell’Italia e della lira. Lo stesso Fmi lo notò tanto è che mi offrirono di fare il loro consigliere economico. Una proposta allettante, che rifiutai sia perché ci tenevo a lavorare in Italia sia perché mi ero appena fidanzato con quella che poi sarebbe diventata mia moglie e pure perché avevo una madre anziana che aveva bisogno di cure e mai sarebbe venuta via dall’Italia.

In altri anni mi sarei trovato di fronte a situazioni altrettanto drammatiche, anche con lo spread a 900 punti, con i decennali tedeschi che rendevano il 5,5% e quelli italiani che arrivarono a rendere il 14,5%. Sui mercati c’era l’idea che l’Italia stesse per fallire. Chiamai in Banca di Italia i banchieri e nella riunione dissi a tutti di comprare quei titoli italiani che avrebbero fatto un gran guadagno. E così fu. E lo dico con una ferita nel cuore, perché questo era possibile solo prima di avere perso una vera banca centrale nazionale, e averla persa è un impoverimento vero del Paese. E se ricordo la corsa a domare l’inflazione nel 1995-1996, devo dire che la credibilità e l’autorevolezza della banca centrale fu decisiva in questo.

L’arrivo dell’euro

Mentre stiamo vivendo questa situazione difficile della moneta e dei prezzi il governo allora in carica comincia a insistere che dobbiamo entrare nell’euro. A dire il vero a me dicevano: «Dobbiamo entrare in Europa!”». E rispondevo: «Ma come dobbiamo entrare? Siamo un paese fondatore dell’Europa…». Ma per quel governo entrare nella moneta unica significava entrare in Europa. Noi a quell’epoca con la stretta monetaria eravamo arrivati un cambio di un marco per circa 1.200 lire, scese da 1.500. Poi puntò a quota mille e poi scese sotto a 900 e il presidente del Consiglio mi disse: «Così troppo, bisogna risalire”».

E comprai 20 miliardi di marchi. Però dissi che non ero d’accordo sull’ingresso subito nell’euro, perché non avevamo le condizioni di redditività dell’industria e della produzione necessarie a farlo. Non avevamo il livello di competitività minimo, al di là di tutti i problemi del debito pubblico. Avevo un ottimo rapporto con Ciampi e siamo restati sempre amici, ma non andavamo d’accordo sulle analisi. Lui mi disse: «Non ti preoccupare: l’Italia la fanno entrare anche con il debito alto. Però va ridotta l’inflazione, abbassato lo spread, aggiustato il cambio». Il mercato sapeva benissimo che io governatore della Banca di Italia ero euroscettico.

L’annunciazione

Ci troviamo per decidere questo fra banchieri centrali la sera dell’Annunciazione- mi pare il 25 marzo- 1997. La sera facevamo una riunione informale con cena, e poi la mattina successiva c’era la riunione formale. Nella riunione preliminare era venuto fuori che alla moneta unica avevano le condizioni per partecipare soltanto la Germania, la Francia e il Lussemburgo e c’era qualche dubbio sull’Austria. Allora capiamo che così non si fa nulla e decidiamo che quei parametri vanno un po’ allentati e rimodulati.

Arriviamo alla riunione decisiva ed eravamo in 15 intorno al tavolo. Regno Unito, Danimarca e Svezia decidono di non partecipare almeno temporaneamente. La Grecia disse che non era in condizioni di partecipare da subito, e scelse il rinvio di un anno della sua adesione. Restiamo quindi in 11. Esaminiamo la situazione paese per paese. E salta subito fuori che il Belgio non può partecipare all’euro. Ma il Belgio, sede della commissione europea non può restare fuori. E viene ammesso.

L’ora dell’Italia

Anche l’Irlanda non rientra, ma ha fatto a quel punto grandi sforzi di avvicinamento. E passa. Arriva l’ora dell’Italia. I miei colleghi governatori, a cominciare da Jean Claude Trichet, sapevano benissimo della mia posizione critica. Nel rapporto tecnico è scritto che l’Italia non può fare parte della moneta unica. Mi chiedono di firmare il rapporto, e dico che non posso: «Se domani esce questo testo scritto così, domani stesso salta la lira. E dopo di noi salta qualcun altro». Due ore di discussione, e verso le 23 Wim Duisemberg disse : «Antonio, sediamoci a cena e mettetevi d’accordo».

Così nel testo fu scritto che l’Italia non aveva le condizioni, ma che avrebbe fatto ogni sforzo per raggiungerle ed entrare nella moneta unica. Il testo uscì il giorno dopo e alle 19 mi ricordo la telefonata di Ciampi: «Antonio, ci hanno ammesso o non ci hanno ammesso?». La mia risposta: «Hanno fatto una formula per cui possiamo dire entrambe le cose». L’Italia decise di vendersi che era stata ammessa. Fui convocato in Parlamento e mi chiesero come mai avevo firmato quel testo: «Ma come? Lei non era d’accordo…». Risposi che in effetti non lo ero e raccontai che avevo iniziato facendo il geometra in una zona sismica: «Sapete cosa è il bradisismo, quello che c’è a Pozzuoli? Non è un terremoto, ma un lento muoversi e abbassarsi del terreno sotto i piedi. Ecco, noi entriamo nell’euro. Non ci saranno più i terremoti monetari, è vero. Ma conosceremo il bradisismo. E ogni anno andremo un po’ sotto».

Che è esattamente quello che poi è avvenuto. Fra il 2000 e il 2005 è stato un disastro rispetto agli ultimi anni Novanta. Poi c’è stata la crisi finanziaria. Ma nel 2017 l’Italia era ancora sotto del 2,5% al 2005. Il resto dell’Europa, in cui c’era la Germania ma c’erano anche la Spagna, la Grecia e tutti i paesi dell’Est, è invece cresciuta di quasi il 14 %. Gli investimenti produttivi- dedotta l’edilizia- in Italia fra il 2005 il 2017 si sono abbassati quasi del 20%. Nel resto d’Europa sono saliti del 26%. Il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) in Italia è cresciuto del 22,6%. Nel resto di Europa del 10%.

Noi abbiamo vissuto in perenne bradisismo da quando c’è l’euro. Gli altri no. E se guardiamo tutti gli effetti delle misure adottate per seguire i consigli della commissione europea sul bilancio italiano, il risultato è disastroso. Perché c’è un errore logico in origine: quello di tagliare e basta il disavanzo pubblico. Certo che poi lo riduci dal 3 al 2%. Ma cosa accade in contemporanea? Che riduci di un punto pure il Pil, e quindi i parametri poi non tornano nemmeno sul debito…

Antonio Fazio

ex governatore della Banca d’Italia, intervento alla presentazione in Lumsa del libro di Ivo Tarolli

“Antonio Fazio e i fatti italiani”- Testo non rivisto dall’autore