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Mps, a 2 anni dalla condanna a Profumo ancora non è stato fissato l’appello

In Economia
15 Giugno 2022
Intanto lascia la banca il cfo Sica, l’ultimo manager legato all’ex ad Bastianini

L’inchiesta giudiziaria su Mps

Le spiegazioni di rito parlano di «motivi personali», sarà pure così, ma di certo l’addio del Cfo Giuseppe Sica rappresenta per il Monte dei Paschi la perdita di un manager di livello internazionale. Laureato in fisica alla Normale di Pisa, Sica ha ricoperto per anni ruoli di grande responsabilità in Morgan Stanley fino ad approdare nel settembre del 2020 al Monte su espressa indicazione dell’ex ad Guido Bastianini. Si può dire che l’ex Cfo fosse l’unico uomo della primissima linea chiamato da Bastianini al Monte e che adesso anche l’ultimo legame con il banchiere targato Cinque Stelle, cacciato non senza polemiche pochi mesi fa dal Tesoro (primo azionista della banca con il 64% ), è stato reciso. Al suo posto arriva Andrea Maffezzoni che vanta una lunga carriera in UniCredit, iniziata nel 1998 ricoprendo diverse posizioni fino alla nomina nell’aprile del 2017 di Head of Strategy and M&A.

Il piano presentato al mercato

Adesso il Tesoro non ha più scuse. Scelto l’ad Luigi Lovaglio, sostituito il cfo e mantenuto l’impianto del vecchio management, deve portare a casa i risultati. Anche perché – in attesa del piano che verrà presentato al mercato il prossimo 23 giugno – la politica ha ripreso a far sentire la sua voce. Le indiscrezioni degli ultimi giorni parlano circa 5 mila esuberi e di un aumento di capitale di 2,5 miliardi. Si tratta di una cifra sostanzialmente in linea con quanto ipotizzato nel piano messo a punto da Guido Bastianini, il predecessore di Lovaglio fatto fuori in malo modo dal Mef. Detto questo, sul Monte resta aperto una vastissimo ventaglio di cause che rendono la situazione quantomai fluida. Particolare per esempio la situazione che si sta creando intorno alla vertenza che più di tutte ha fatto discutere negli ultimi due anni: la condanna a sei anni di reclusione di Alessandro Profumo (ex presidente) e Fabrizio Viola (ex ad) per aggiotaggio e false comunicazioni sociali in relazione alla prima semestrale 2015 dell’istituto di credito toscano.

Le motivazioni della condanna

La condanna risale all’ottobre del 2020, mentre le motivazioni sono state depositate a inizio aprile dell’anno dopo. Bene, a quasi due anni di distanza – senza che ci siano delle giustificazioni tecniche conosciute – non è stato ancora fissato l’appello. Se si considera che di solito tra la l’indicazione della data di una causa e la causa stessa passano diversi mesi, sperare in un’udienza per il 2022 appare quanto meno ottimistico. Un’anomalia. Soprattutto se mettiamo a confronto questa vicenda giudiziaria con quella che ha portato prima alla condanna e poi all’assoluzione di altri ex manager di spicco della Mps. Giuseppe Mussari (ex ad) e Antonio Vigni (ex dg) erano stati condannati a più di sette anni nel novembre del 2019 per le presunte irregolarità in operazioni finanziarie che sarebbero servite a occultare le perdite causate dall’acquisto di Antonveneta.

Non solo in questo caso è stato fissato l’appello, ma i giudici milanesi a maggio hanno prosciolto completamente gli imputati. Morale della favola: nessuno è colpevole per il dissesto del Monte. Così come diventa difficile dare una spiegazione alle lentezze che riguardano l’altro filone, quello sui crediti deteriorati nato nel 2016 da uno stralcio dell’inchiesta sui derivati. A sei anni distanza siamo ancora nella fase delle indagini, con i pm Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici – quelli che avevano chiesto l’archiviazione per Profumo – che sono indagati a Brescia e i nuovi pm Roberto Fontana e Giovanna Cavalleri che hanno chiesto una perizia nuova di zecca. E intanto le lancette delle prescrizioni corrono.

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Con una lunga esperienza nel settore economico, ha lavorato a Libero Mercato e Libero. È vicedirettore di Verità&Affari