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«Se non cambiamo i progetti gli altri fondi del Pnrr sono a rischio»

In Economia
20 Settembre 2022

I fondi del Pnrr

«Io penso che il Pnrr sia una grande opportunità per la crescita del Paese e perdere le sue risorse sarebbe suicida, ma vista la dimestichezza che ho con le pratiche dei fondi europei, mi pongo delle domande. E tutte le risposte che trovo mi portano alla stessa considerazione: questo o il prossimo governo devono chiedere a Bruxelles di rivedere contenuti e tempi dei progetti relativi al Recovery Fund. Perché allo stato attuale l’Italia non ha la possibilità di rispettare i tempi previsti e perché le esigenze e i costi sono cambiati dopo che è scoppiata la guerra in Ucraina».

A lanciare questo messaggio è un docente universitario – perché tra le attività di Mauro Cappello c’è anche la didattica – ma soprattutto un tecnico, perché lo stesso Cappello per diversi anni ha svolto attività di audit per il governo italiano, controllo di secondo livello per l’utilizzo dei fondi europei.

Professore, perché ritiene che l’Italia non riuscirà a rispettare i termini previsti dal Pnrr?

«Per una questione di ingorgo burocratico, amministrativo, istituzionale e perché l’eccezionale volume di risorse è sovrabbondante rispetto alle capacità di spesa storicamente dimostrate dall’Italia».

Mi spieghi.

«Ci fosse solo il Pnrr, il risultato potrebbe essere realistico, il problema è che abbiamo ancora circa la metà dei 90 miliardi fondi europei 2014-2020 da spendere – e per farlo ci resta poco tempo -, e che su 75 miliardi che ci spettano per la programmazione 2021 2027 non siamo ancora partiti e se tutto va bene partiremo nel 2023, ovvero con oltre due anni di ritardo. Allora le chiedo, considerato che entro il 2026, pena il disimpegno automatico delle risorse, dobbiamo spendere 45 miliardi della vecchia programmazione, i 65 del Pnrr ed almeno 50 miliardi della nuova programmazioni, era proprio necessario prendere anche i prestiti del Recovery?».

Da profano penso che sia positivo avere più risorse a disposizione.

«Per esperienza le assicuro che non lo è. E sempre per esperienza le evidenzio che siamo l’unico grande Paese europeo – Germania, Francia e Spagna non l’hanno fatto – che ha preso non solo la liquidità a fondo perduto, ma anche i prestiti del Recovery. Allora mi chiedo: se hai la consapevolezza di essere in ritardo con le altre scadenze e di non avere la struttura burocratica e istituzionale adeguata al volume delle risorse perché ci si accanisce a prendere anche i prestiti».

Forse perché l’Italia ha tanti ritardi e quindi necessita di tanti soldi per recuperare.

«Certo, ma così rischia di perdere anche quelli che aveva dato per sicuri. Lei pensa che la Spagna abbia meno ritardi dell’Italia? Eppure il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez si è tirato indietro sui prestiti dicendo che riteneva di non avere la struttura amministrativa sufficiente per smaltire quella mole di denari».

Ha altre evidenze, oltre alle sue perplessità?

«Certo, io sostengo quello che nella sostanza sostiene la Corte dei Conti europea che attraverso tecniche scientifiche ormai consolidate riesce a valutare i tempi necessari per la spesa a seconda dei singoli Paesi. E sulla “riuscita” del piano italiano nutre qualche riserva. Non solo, consukti la banca dati Visto dell’Agenzia per la Coesione Territoriale e vedrà».

Cioè?
«Secondo il rapporto 2018 sugli investimenti pubblici per realizzare investimenti che superano i 100 milioni di euro in Italia in media si impiegano più di 15,7 anni».

Il quadro che dipinge è drammatico, cosa dovremmo fare per non perdere i fondi?

«Chiedere quello che è espressamente previsto nell’articolo 21 del regolamento del Recovery Fund. Il testo stabilisce che su richiesta motivata di uno Stato membro, termini e contenuti dei progetti previsti dal Pnrr possano essere cambiati».

Mi scusi, ma quale sarebbe la motivazione?

«Beh la guerra in Ucraina che ha fatto esplodere non solo i prezzi dell’energia, ma ha contribuito alla crescita spropositata dei costi delle principali materie prime. Noi abbiamo avuto un altro Covid, dopo il Covid sanitario».

In che modo andrebbe cambiato il Recovery?

«Andrebbe aggiornato per fronteggiare quelle che io ritengo le due nuove emergenze che stanno affrontando famiglie e imprese».

Vale a dire?

«L’emergenza sanitaria che riguarda la salute mentale soprattutto delle nuove generazioni sottoposte ai grandi stress degli ultimi anni e ovviamente quella energetica».

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Con una lunga esperienza nel settore economico, ha lavorato a Libero Mercato e Libero. È vicedirettore di Verità&Affari