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Boris Johnson si dimette nel momento più difficile per l’economia inglese

In Europa, In evidenza
8 Luglio 2022

Le dimissioni di Boris Johnson in Inghilterra

Dopo una strenua resistenza durata mesi, ieri mattina il premier inglese Boris Johnson ha rassegnato le dimissioni. «Sono costretto a lasciare il lavoro più bello del mondo, dopo aver ottenuto la più grande maggioranza parlamentare dal 1987. Mi spiace e sono triste. Ma nessuno è indispensabile, e dunque lascio, se questa è la volontà dell’istinto del gregge a Westminster, che mi ha frenato» ha dichiarato BoJo nel discorso alla nazione che ha tenuto davanti alla porta del numero 10 di Downing Street.

L’ex premier ha elencato i suoi successi («Abbiamo completato la Brexit, distribuito i vaccini anti Covid prima di tutti, abbiamo guidato l’Occidente nel sostegno all’Ucraina contro l’aggressione di Putin, avevamo in mente di redistribuire le ricchezze in tutto il Paese»), ma con la maggioranza del partito contro ha dovuto arrendersi.

La resistenza di Boris Johnson

Ieri mattina, sin dalle 6.30, è ripreso il flusso di dimissioni di membri del suo esecutivo, arrivato a quota 60 in poche ore. Tra questi, ci sono stati anche gli addii clamorosi di due ministri nominati soltanto 48 ore fa, in un rimpasto lampo e disperato. Ovvero il nuovo cancelliere dello Scacchiere, ossia il ministro delle finanze Nadhim Zahawi, e la ministra dell’Istruzione Michelle Donelan. Zahawi ha scritto, in una lettera pubblica al primo ministro che lo aveva nominato: «Devi andartene, per il bene di tutti».

E così alla fine è stato, dato che Johnson oltre al partito aveva contro l’89% dei britannici (tra cui il 54% dei conservatori). Fatali lo scandalo Partygate delle feste in lockdown a Downing Street, per cui è stato multato e indagato dal Parlamento per aver detto probabilmente il falso in aula, e l’ultimo del deputato Christopher Pincher. Promosso da Johnson nel governo nonostante le sue serate di alcol e molestie sessuali contro giovani uomini e attivisti tory.

Ma questi sono i due ultimi episodi di una parabola discendente iniziata due anni fa con con l’addio di Dominic Cummings, il suo braccio destro e artefice della vittoria degli euroscettici al referendum Brexit del 2016, molto probabilmente cacciato perché in odio alla moglie del primo ministro, Carrie Symonds. Poi, lo scorso ottobre, c’è stato il caso del deputato tory Owen Paterson. Accusato da una commissione parlamentare bipartisan di aver fatto lobby e ottenuto guadagni sfruttando indebitamente il suo seggio nella Camera dei Comuni di Westminster. Difeso fino all’ultimo dal premier, è stato poi costretto alle dimissioni sempre da Johnson. Accusato da molti compagni di partito di aver screditato la reputazione non solo dei Tories, ma anche dell’intero Paese.

L’economia inglese 

Johnson resterà in carica finché non sarà scelto un nuovo leader del partito che andrà anche a ricoprire la carica di premier, presumibilmente in autunno. L’economia inglese è in forte difficoltà, schiacciata da un’inflazione che a maggio si è attestata al 9,1% (il massimo degli ultimi 40 anni). Nella sua ultima riunione, la Banca d’Inghilterra ha previsto che raggiungerà l’11% entro l’autunno. E per questo non ha nascosto che ulteriori aumenti, anche più aggressivi dell’ultimo di 25 punti, sono possibili.

Ora le prospettive future dipendono da chi sarà il sostituto di Johnson come afferma Azad Zangana, senior european economist and strategist di Schroders. «Un ritorno alla politica conservatrice tradizionale porterà probabilmente a una certa austerità nei prossimi anni» dice l’esperto «ma anche a politiche più favorevoli per le imprese. Tuttavia, se il nuovo primo ministro sarà un altro politico populista, potremmo vedere un approccio più simile per l’economia».