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Solita Italia, 29 miliardi di fondi europei rischiano di andare persi

In Europa, In evidenza
17 Settembre 2022

L’utilizzo dei fondi europei

Ci risiamo. Con l’avvicinarsi della scadenza dei programmi dei fondi europei, scatta l’allarme sui soldi inutilizzati. Questa volta però c’è una opportunità: utilizzare quei fondi per l’emergenza energetica. È qualcosa in più di un tesoretto: una montagna di soldi che in tempi di crisi economica e con margini scarsissimi sul bilancio statale potrebbero fare comodo al prossimo esecutivo, di qualunque colore.

Tempi stretti

Per l’ultima programmazione dei fondi europei, quella 2014-2020, c’è tempo fino alla fine del 2023 per la rendicontazione delle spese. Al 31 luglio scorso, l’ultimo dato disponibile, sono state rendicontate il 55% delle 61,8 miliardi totali destinati all’Italia, spiegano dal ministero della Coesione territoriale. Restano da spendere (e rendicontare) ancora circa 29 miliardi di euro. Se non venissero spesi e rendicontati entro il 31 dicembre del prossimo anno, i soldi saranno persi.

Consapevole dei ritardi accumulati, l’Italia avrebbe già chiesto a Bruxelles una proroga di almeno sei mesi. E in effetti, dai dati del ministero, si vede che c’è stata una decisa accelerazione nella prima parte del 2022. Al 31 dicembre scorso la spesa rendicontata era pari al 46,3% delle risorse destinate all’Italia, con il 53,7% ancora da certificare. Tra 2020 e 2021 l’incremento dei fondi spesi era stato di soli 7,3 miliardi in un anno.

Tutti i programmi

Per quanto riguarda le risorse comunitarie a valere sul bilancio Ue, l’ultimo dato disponibile è quello al 31 dicembre. Quando il livello del loro utilizzo si è attestato a 22,0 miliardi di euro a fronte del target minimo per evitare il disimpegno automatico fissato a 15,0 miliardi di euro.
Anche tutti i 19 Programmi di Cooperazione Territoriale Europea, spiega ancora il ministero, hanno raggiunto il target fissato al 31 dicembre 2021, certificando una spesa complessiva pari a 1,37 miliardi di euro, rispetto all’importo di 1,04 conseguito al 31 dicembre 2020 e hanno raggiunto il 46,2% del totale delle risorse programmate pari a 2,96 miliardi di euro. Malgrado l’accelerazione del 2022, i soldi da spendere sono ancora tanti e il rischio di perderli almeno in parte sempre più concreto.

Di qui l’idea, avanzata da Fratelli d’Italia, di utilizzarli per affrontare la crisi energetica e ridurre le bollette a famiglie e imprese. «Come già accaduto per il Covid – dice Andrea Augello, candidato al Senato per il partito di Giorgia Meloni -, il governo potrebbe chiedere e ottenere dalla Commissione di utilizzare le risorse non spese della vecchia programmazione dei fondi strutturali e parte della nuova per affrontare la crisi energetica. In questo modo si potrebbe dare sostegno ai bilanci di esercizio delle pmi stressati dalle bollette, senza fare nuovo debito e con la necessaria tempestività, nell’attesa e nella speranza che nel frattempo arrivino dall’Europa provvedimenti strutturali che riportino sotto controllo la dinamica dei prezzi del gas».

I miliardi per l’Italia

Anche perché è già partita, almeno formalmente, la nuova programmazione, quella 2021-2027. In questa tornata, per l’Italia arriveranno oltre 75 miliardi, un record per il nostro Paese, ripartiti tra fondi strutturali e di investimento, tra risorse europee e cofinanziamento nazionale. In particolare, le risorse in arrivo da Bruxelles saranno pari a 43,1 miliardi di euro, comprensive di quelle destinate al Fondo per la Transizione Giusta e alla Cooperazione territoriale europea (Cte). Rispetto alla programmazione 2014-2020, le risorse a disposizione crescono di oltre 10 miliardi.

Alle regioni meridionali, nel programma attuale, andranno 47,9 miliardi di euro. Con la nuova programmazione arrivano anche alcune modifiche nella classificazione delle singole regioni. Sono considerate «in transizione» non solo l’Abruzzo, come già nel ciclo precedente, ma anche Umbria e Marche (precedentemente tra quelle «più sviluppate»). Le regioni «meno sviluppate» sono quelle rimanenti (Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), mentre le «più sviluppate» comprendono quelle del Centro-Nord, con l’esclusione di Umbria e Marche.