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Salario minimo in Italia sì, ma senza trucco. Il rischio per i lavoratori

In Famiglie
11 Giugno 2022

La discussione sul salario minimo legale

Salario minimo legale a 9 euro lordi l’ora sì, purché, come riferimento, si consideri il Trattamento economico complessivo (TEC) e non la paga oraria. Lo specifica l’Ufficio studi della CGIA. Il TEC, infatti, oltre alla retribuzione lorda include anche il rateo delle mensilità aggiuntive (tredicesima e quattordicesima), del Trattamento di fine rapporto (TFR), della quota dovuta agli enti bilaterali e di altri istituti di fonte contrattuale, come la Riduzione dell’Orario di Lavoro (ROL), i permessi e le ferie. Ebbene, se il calcolo della retribuzione oraria tiene conto anche di queste voci che compongono il cosiddetto salario differito, è evidente, così come ha avuto modo di segnalare nei giorni scorsi Confindustria, che anche le associazioni datoriali più rappresentative degli artigiani e dei commercianti possono affermare con altrettanta fermezza che gli occupati in questi settori già oggi ricevono una retribuzione lorda oraria superiore a 9 euro. Senza contare che, grazie alla storica cultura negoziale presente nel nostro Paese, è sempre più diffusa, soprattutto al Centro Nord, la sottoscrizione tra le parti sociali dei contratti di secondo livello (territoriali e/o aziendali) che, assieme al ricorso del welfare aziendale, consentono alle buste paga dei dipendenti di essere ancor più pesanti.

Sono 1,5 milioni i dipendenti a rischio

Al netto dei dipendenti dell’agricoltura e del lavoro domestico, in Italia i destinatari  dei 933 CCNL vigenti alla fine del 2021 sono 12.991.632 occupati. Di questi, il 12 per cento circa (pari a poco più di 1,5 milioni di dipendenti) non è “riconducibile” ai principali CCNL più diffusi del settore che, complessivamente, ammontano a 128 contratti. Verosimilmente, stiamo parlando di CCNL sottoscritti dalle associazioni datoriali (Confindustria, Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti, etc.) e dalle sigle sindacali (Cgil, Cisl e Uil) più rappresentative nel Paese. Per contro, i rimanenti 805 contratti  sarebbero stati sottoscritti da realtà imprenditoriali e sindacali “minori”, con livelli di rappresentatività molto discutibili e non sempre presenti su tutto il territorio nazionale. Lo stesso CNEL ha avuto modo di affermare che, in questi contratti.

In altre parole, questi 805 contratti che interessano almeno 1,5 milioni di dipendenti rappresentano un’area “grigia” che, rispetto ai contratti firmati dai “leader”, spesso consentono a molte imprese di praticare condizioni economiche al “ribasso” e gravi “lesioni” ai diritti dei lavoratori. In termini percentuali, i settori contrattuali più interessati dalla presenza di dipendenti a rischio dumping salariale sono i poligrafici e spettacolo (32 per cento del totale del comparto),  terziario/distribuzione/servizi (17 per cento del totale), le aziende di servizi e l’Istruzione, sanità, assistenza e cultura (entrambe con il 14 per cento sempre del totale del settore).

I costi per le imprese

Secondo alcune stime, l’applicazione del salario minimo orario per legge a 9 euro lordi comporterebbe un costo aggiuntivo in capo alle imprese di almeno 6 miliardi di euro all’anno. Un importo, secondo l’Ufficio studi della CGIA, comunque sottostimato perché non terrebbe conto dell’effetto trascinamento che l’introduzione del salario minimo per legge avrebbe nei confronti dei livelli retributivi che oggi si trovano sopra i 9 euro lordi. Appare evidente che, se si ritoccherà all’insù la retribuzione per i livelli più bassi, la medesima operazione dovrà essere effettuata anche per gli inquadramenti immediatamente superiori. Diversamente, molti lavoratori si vedrebbero ridurre o addirittura azzerare il differenziale salariale con i colleghi assunti con livelli inferiori, pur essendo chiamati a svolgere mansioni superiori a questi ultimi.

Mancano le grandi imprese

E’ vero. In questi ultimi 30 anni le retribuzioni medie degli italiani sono diminuite, mentre in quasi tutta UE sono aumentate. Tra le  cause di questo risultato sono da annoverare  la crescita economica asfittica e un basso livello della produttività del lavoro che dal 1990  ha interessato il nostro Paese, soprattutto nel settore dei servizi. Una delle cause di questo risultato va ricercato anche nel fatto che, a differenza dei nostri principali competitori europei,  in questo ultimo trentennio la competitività del nostro Paese ha risentito dell’assenza delle grandi imprese. Queste ultime sono pressoché scomparse, non certo per l’eccessiva numerosità delle piccole realtà produttive, ma a causa dell’incapacità dei grandi player, spesso di natura pubblica, di reggere la sfida lanciata dalla globalizzazione. Sino agli inizi degli anni ’80, infatti, l’Italia era tra i leader mondiali nella chimica, nella plastica, nella gomma, nella siderurgia, nell’alluminio, nell’informatica, nell’auto e nella farmaceutica . Grazie al ruolo e al peso di molte grandi imprese pubbliche e private (Montedison, Montefibre, Pirelli, Fiat, Italsider, Alumix, Olivetti, Angelini, etc.), la nostra economia ruotava attorno a queste realtà e alle loro filiere che garantivano occupazione, ricerca, sviluppo, innovazione e investimenti produttivi. A distanza di oltre 40 anni, purtroppo, abbiamo perso terreno e leadership in quasi tutti questi settori. E ciò è avvenuto non a causa di un destino cinico e baro, ma a seguito di una selezione naturale compiuta dal mercato che, con l’avvento della globalizzazione, ha colpito soprattutto le grandi industrie e in misura più contenuta anche le nostre Pmi che, comunque, tra difficoltà, limiti e inefficienze continuano ad essere l’asse portante dell’economia del nostro Paese.

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