230 visite 5 minuti 0 commenti

L’avviso della Bce alle banche: rifate i conti, sta arrivando la crisi

In Finanza
20 Settembre 2022

L’avviso alle banche della Bce

«Stiamo chiedendo alle banche di rivedere le loro proiezioni patrimoniali in scenari avversi gravi e ci impegneremo in un dialogo con loro. Qualsiasi scenario di razionamento dell’energia» o del gas sarà una sfida significativa», ha annunciato ieri Andrea Enria, presidente del consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, alla conferenza annuale del Comitato di risoluzione unico (Srb). Una sorta di estote parati, siate pronti, rivolto alle big del credito che dovranno concentrare l’esposizione verso settori particolarmente indipendenti dall’energia mentre «i settori del manifatturiero saranno presto esposti in caso di aumenti dei tassi di interesse».

Poi c’è anche il tema dell’esposizione alle «clearing house di derivati dell’energia», ha sottolineato Enria che in precedenza aveva sottolineato che il sistema bancario europeo parte «da un punto molto forte rispetto alla qualità del capitale» e che dopo la pandemia «sta ancora migliorando». Ma «il punto è quello che abbiamo davanti noi» e che «ci sono alcuni alcuni potenziali lati negativi sul deterioramento della qualità del capitale e la revisione al ribasso» del valore dei titoli in portafoglio.

I costi di finanziamento

Aumentano anche i costi di finanziamento, resta il rischio di una recessione, il tutto mentre la presidente del Single Resolution Board, Elke Konig, è rimasta delusa per il mancato completamento dell’unione bancaria da parte dell’Eurogruppo. «Promuovere la stabilità finanziaria garantendo un sistema di risoluzione bancaria ancora più solido è essenziale in tempi di incertezza e questo nell’interesse della protezione dei depositanti e del pubblico contribuente», ha detto Elke Konig alla conferenza annuale, puntualizzando che è vero che non si possono prevedere eventuali crisi future, «ma è anche vero che possiamo agire per essere ben preparati».

E il fatto che l’Eurogruppo non sia riuscito a procedere con chiarezza verso il completamento dell’unione bancaria «non è ciò che l’Srb e molti altri avrebbero auspicato», ha sottolineato. Nel frattempo, le tre autorità europee di vigilanza sulle banche (Eba), mercati (Esma) e assicurazioni (Eiopa) hanno sottolineato che la frenata economica e l’inflazione hanno aumentandola vulnerabilità del settore finanziario.

Il questionario alle banche

La Bce ha inviato anche un questionario agli istituti per analizzare gli effetti di uno stop al gas, di un aumento dei default aziendali e di una minore liquidità legata ai derivati dell’energia. Per tutti questi motivi sarà più difficile prevedere il futuro, «e questo vale per i supervisori come per le banche» ha proseguito Enria. Il cui monito è arrivato in una giornata già complicata per i titoli del credito e per i listini tesi in vista dell’appuntamento con i tassi della Federal Reserve di domani.

In Piazza Affari ieri mattina il FtseMib è arrivato a perdere quasi l’1,5% per poi recuperare nel pomeriggio e chiudere la seduta con un +0,14%. In ordine sparso le banche: Banco Bpm -1,07%, Bper +0,5%, Mediobanca +0,5%, Intesa Sanpaolo +0,02%, Unicredit -0,45%. La giornata in Borsa è stata appesantita anche dallo stacco delle cedole per Eni (dividendo da 0,22 euro per azione) e StMicroelectronics (dividendo da 0,0603 euro). Le azioni del Cane a Sei Zampe hanno infatti ceduto l’1,92% attestandosi a 11,2 euro mentre Saipem ha perso il 5,6%.

Quanto alle mosse delle banche centrali, dopo l’aumento dei tassi di 75 punti base varato dalla Bce l’8 settembre, il mercato si aspetta un copione simile dalla Fed ma c’è anche chi assegna una probabilità del 15% a un aumento da 100 punti base. I riflettori sono, inoltre, accesi su giovedì 22 settembre quando la Bank of Japan e la Bank of England comunicheranno anche la loro decisione in merito agli aumenti del costo del denaro. Proprio la Boe, lo scorso 8 settembre, insieme al Tesoro britannico, ha lanciato un fondo da 40 miliardi di sterline a cui i trader di energia possono attingere per far fronte all’esigenza di integrare le garanzie richieste per le operazioni di trading. Fondo da aggiungere ai 150 miliardi di sterline (circa 170 miliardi di euro) messi in campo dalla neopremier Liz Truss con un piano che scatterà dal primo ottobre: una sorta di price cap per Inghilterra, Scozia e Galles, cui seguirà presto un analogo provvedimento per l’Irlanda del Nord. Due anni, fino all’ottobre 2024, poi si vedrà.