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2 giugno 1992, Draghi sul Britannia. Trenta anni dopo Mario come i Soviet

In Governo, Primo piano
2 Giugno 2022

L’altro anniversario che cade il 2 giugno

Nel giorno in cui gli italiani pagando la benzina 1,91 euro al litro (al netto dello sconto sulle accise finanziato dallo Stato e dunque dai contribuenti compresi quelli che la macchina non ce l’hanno) si rendono conto dell’efficacia delle sanzioni posdatate dell’Europa contro Vladimir Putin, si festeggia la Repubblica fondata sul lavoro (che non c’è). Ma il 2 giugno cade anche un altro anniversario di cui non si sa andare fieri. Esattamente 30 anni fa in queste ore Mario Draghi, attuale presidente del Consiglio che invoca il price cape sul gas, una delle misure più antitetiche rispetto al libero mercato, come direttore generale del Tesoro saliva a bordo del Britannia (la nave dei reali d’Inghilterra) per annunciare al mondo che l’Italia era prontata a (s)vendere il suo patrimonio di industrie di Stato per agganciare l’Europa e liberare finalmente la sua economia.

Lo yacht delle privatizzazioni italiane

Cosa è accaduto a Mario Draghi in questi trenta anni per passare da propugnatore delle privatizzazioni a sostenitore della più statalista delle misure, il price cap, che fa il paio con i prelievi forzosi sugli extraprofitti arrogando allo Stato il diritto di decidere chi, quanto e su cosa si debba guadagnare? Sia detto per inciso in Italia, poiché quella privatizzazione a Draghi perfettamente non è riuscita, lo Stato tassa se stesso sugli extraprofitti energetici visto che è ancora il socio di riferimento di Eni. Andrebbe anche ricordato a Super Mario che il price cap fu “inventato” in Gran Bretagna nei primi anni 80 da Stephen Littlechild con lo scopo, una volta privatizzate le utilities, di evitare che i gestori di monopoli se ne approfittassero. Ti impongo una tariffa, ti controllo la qualità del servizio e tu devi diventare più efficiente se vuoi guadagnare. Perché Draghi quando ha progettato la svendita di Autostrade che ci siamo dovuti ricomprare dando una buonuscita di 9 miliardi ai Benetton dopo 48 morti del ponte Morandi non suggerì d’imporre il price cup? E se i cittadini italiani applicassero il price cup alla spesa corrente dello Stato?

PIERO BARUCCI e MARIO DRAGHI nel 1992

Quel due giugno a bordo del Britannia non si parlò di questo. Draghi tenne un bel discorso. Disse che vi erano quattro somme ragioni per privatizzare: diminuire il debito pubblico, aumentare la produttività, migliorare le utilities, consolidare la credibilità dell’Italia sui mercati. Vi era un quinto motivo che è il padre di tutti: entrare a forza nei parametri di Maastricht. Trenta anni dopo abbiamo il record di debito pubblico: 2755 miliardi; l’Ocse certifica che l’Italia ha dal 2001 la più bassa produttività assoluta tra i paesi industrializzati (secondo Eurostat in 20 anni di euro la produttività italiana è calata del 5%) con i redditi reali diminuiti del 3,8% a fronte di un aumento del 50% della Germania e i salari più bassi dell’Ocse. Secondo Bloomberg tra l’85 e il 2001 il Pil italiano è cresciuto del 44% pari a circa 482 miliardi di euro, nei successivi venti anni – fatte le privatizzazioni – la crescita è stata del 2% per 31 miliardi. Quanto alla credibilità presso i mercati e sufficiente notare che a tassi negativi lo spread continua a viaggiare oltre i 200 punti e il nostro Btp ad avere rendimenti superiori al 3%; se non ci fosse il sostegno Bce questi numeri varrebbero 500 punti di differenziale e interessi tra l’8 e il 10%.

CESARE ROMITI E MARIO DRAGHI

Le privatizzazioni non sono affatto servite a diminuire lo stock di debito pubblico come sarebbe stato obbligatorio visto che quelle aziende erano state costituite e mantenute con le imposte degli italiani e quindi erano proprietà di quel “popolo sovrano” come recita la Costituzione della Repubblica di cui oggi si celebra il 76esimo compleanno. Quelle mitiche svendite di Stato trenta anni dopo sono il Montepaschi costato al contribuente italiano già undici miliardi, e non è finita, sul cui doveva vigilare Mario Draghi come governatore della Banca d’Italia, sono la possibile statalizzazione della raffineria di Pirolo, ora dei russi, per evitare un collasso sociale in Sicilia.

Embé?

Nell’incipit del suo discorso di trenta anni fa Draghi ringraziava anche “gli invisibili britannici” che erano a bordo. Erano gli emissari dei cosiddetti investitori istituzionali, i mercati, arrivati per vedere la merce che l’Italia aveva messo sul banchetto della finanza mondiale. Forse tra quegli invisibili c’erano anche inviati di Goldman Sachs (Draghi lavorerà per loro per un qualche tempo) gli stessi che ci hanno mandato a dire: occhio a come votate perché se va al governo chi non ci piace ve la facciamo pagare. E’ già successo nel 2011. Viva la Repubblica!