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Il collasso di ePrice, l’Amazon italiana: dai soci illustri al buco milionario

In Digitale, Imprese
5 Luglio 2022
L’e-commerce è crollato sotto il peso delle perdite: l’ultima speranza dagli emiratini

La storia di ePrice

Era partita più di 10 anni fa con l’obiettivo di diventare l’Amazon italiana, leader nell’e-commerce sul mercato domestico. Ora dopo una lunga agonia, con perdite cumulate per oltre 110 milioni di euro, quel sogno per ePrice (l’ex Banzai) si è del tutto frantumato. Pochi giorni fa ha presentato istanza di fallimento al tribunale per la controllata ePrice Operations, mentre sempre pochi giorni fa la società Portobello si è aggiudicata il ramo d’azienda “marketplace” della partecipata.

Ma è tutto il gruppo che boccheggia da tempo, con il patrimonio del tutto azzerato e che attende il salvataggio da parte di Negma Ltd, un fondo di Dubai che ha promesso, tramite un prestito obbligazionario convertibile, un’iniezione di denaro per oltre 20 milioni per evitare il crac definitivo.

I soci storici Ainio, Arpe, Boroli e Micheli 

La storia di ePrice è piena di nomi illustri che non sono riusciti mai a far decollare quella che doveva divenire l’Amazon tricolore. In primis Paolo Ainio, creatore di Banzai poi divenuta ePrice e quotata a piazza Affari dal 2015. Tra i soci forti lo stesso Ainio, ma anche Matteo Arpe con il suo fondo Sator, Pietro Boroli con la sua Vis Value e anche la Micheli associati srl guidata da Carlo Micheli, figlio del finanziere Francesco. Un parterre de roi che non è mai riuscito nel suo compito. Già prima della quotazione ePrice, mostrava più di una difficoltà.

Conti di ePrice 

I conti non tornavano dato che dal 2011 in poi, pur con ricavi cresciuti negli anni successivi fino al 2014 da 100 a 185 milioni, la società non è mai riuscita a fare un solo euro di utile. Poi l’Ipo, lo sbarco in Borsa, ma anche qui la musica non è cambiata. Nel 2015 con il titolo collocato a inizio anno a 6,7 euro (oggi vale solo 7 millesimi di euro!), ePrice chiuse l’anno con un rosso di 10 milioni su ricavi per 175 milioni. Da allora un lento avvitamento con perdite che si fecero crescenti e con fatturato in continua caduta.

Le perdite di ePrice

Nel 2020 i conti dicono di una perdita per 33 milioni di euro pari a un terzo dei ricavi crollati nel frattempo a 100 milioni. La crisi ha fatto esplodere le tensioni tra i due primi soci di allora, cioè Ainio con il 23% del capitale e Arpe con il 21%. Già nel 2019 Arpe, che era entrato nel 2012 nel capitale con il fondo Sator, accusò pesantemente la gestione del duo Ainio e Pietro Scott Jovane, l’ex amministratore delegato di Rcs che era divenuto ad di ePrice.

Arpe denuncia la cattiva gestione

Arpe voleva già allora un cambio di rotta significativo nella gestione dato che come denunciò allora: «Dall’Ipo, avvenuta nel 2015, ePrice ha perso l’80% del suo valore (da 6,75 euro a 1,40 euro) e ha bruciato oltre 130 milioni di euro. Nonostante la società abbia venduto la divisione moda (Saldi privati) con proventi pari a 100 milioni di euro, a fine 2018 la posizione finanziaria netta era positiva per soli 7 milioni di euro». Non solo, ma secondo il banchiere – ex ragazzo prodigio di Mediobanca – il gruppo «ha predisposto dal 2012 ben cinque piani industriali che non hanno mai rispettato gli obiettivi e nonostante i numeri negativi e mentre il Mol scendeva al minimo storico», continuava la denuncia di Matteo Arpe, «sono sempre stati concessi i bonus al top management. Il presidente e attuale ceo Paolo Ainio (primo azionista) e l’ex ad Pietro Scott Jovane hanno incassato 4 milioni di euro in 5 anni».

Bilancio e patrimonio

Così denunciava il creatore di Sator nel 2019 la cattiva gestione del gruppo. Situazione che è solo degenerata. Il bilancio del 2020 ha ricevuto una sonora bocciatura del revisore Ey e il 2021 non è ancora disponibile. Ma dalla relazione all’assemblea degli azionisti dell’aprile scorso ecco che emerge una ulteriore caduta. ePrice avrebbe chiuso il 2021 con ricavi per soli 1,3 milioni, una perdita per oltre 5 milioni, un patrimonio netto negativo per 10 milioni e nessun euro in cassa. Anche l’ultimo aumento di capitale da 20 milioni del 2020 non è servito a ripianare la situazione dato che è già stato bruciato. Nel frattempo sia Arpe sia Ainio sono di fatto usciti dal capitale della società. Anche Carlo Micheli ha limato di molto la sua quota precedente che era arrivata al 14%. I soci restanti a oggi sono ancora Pietro Boroli con meno del 10% e Ugo Colombo con il 5%. Primo azionista è ormai il fondo distressed arabo, Negma che di fatto è il cavaliere bianco del gruppo dell’e-commerce e che si è impegnato a ripianare il deficit patrimoniale entro il 2022.

Il flop di Calabi

Neanche Claudio Calabi, l’attuale amministratore delegato, il manager ristrutturatore ex Rcs e Sole24ore e alla guida di Risanamento, è riuscito questa volta a riportare in carreggiata il gruppo quotato. Che ormai consunto capitalizza in Borsa in questi giorni, solo 2,8 milioni di euro. Il valore di un appartamento di lusso in centro a Milano. Davvero poca cosa, un’inezia dopo aver bruciato sul listino oltre il 99% da quella quotazione del 2015 che prometteva il grande sogno. Ma l’Amazon italiana non c’è mai stata: abortita fin dal decollo. Ora tocca agli arabi di Negma provare a resuscitare ePrice. Chissà.