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Le piccole imprese crescono più del Pil nonostante la mazzata del fisco

In Imprese, Primo piano
28 Giugno 2022
Dal 1996 hanno maturato un vantaggio del 34,1% sul Prodotto interno lordo

L’analisi sull’andamento delle Pmi

Il rimbalzo prima della tempesta d’autunno o un ottimismo eccessivo? Chissà. Resta il fatto che l’identikit delle medie imprese industriali italiane tracciato nel rapporto stilato da Unioncamere, Area Studi Mediobanca e Centro Studi Tagliacarne mostra un universo di 3.174 imprese con un +19% del fatturato 2021 e prospettive di crescita anche per il 2022 (+6,3%). Più del 60% delle medie imprese prevede, inoltre, di investire entro il prossimo triennio nelle tecnologie 4.0 e nel green; il 52% che l’ha già fatto e conta di superare i livelli produttivi preCovid entro quest’anno. Secondo un indicatore di performance, dal 1996 hanno inoltre maturato rispetto al Pil un vantaggio del 34,1%, la maggior parte del quale sviluppato dal 2009. Le aziende oggetto di indagine sembrano pronte a cogliere anche le opportunità di crescita che arriveranno dal Pnrr: il 59% delle medie imprese si è già attivato o si appresta a farlo. Guardando al futuro, tuttavia, la staffetta generazionale rischia di rallentarne il cammino: per un’impresa su quattro il passaggio o non è perfezionato o rappresenta un vero ostacolo.

Nel confronto con le grandi imprese manifatturiere italiane, nello stesso periodo, le medie hanno registrato migliori performance sotto molti punti di vista: hanno ottenuto una crescita del fatturato più che doppia (+108,8% rispetto al +64,4%), centrato un maggiore aumento della produttività (+53% rispetto al +38,6%) e garantito una migliore remunerazione del lavoro (+62,4% rispetto al +57%). A livello internazionale, la loro produttività è superiore del 21,5% a quella delle omologhe tedesche e francesi, un risultato fuori dall’ordinario se si pensa che la nostra manifattura nella sua interezza accusa invece un ritardo del 17,9% rispetto agli stessi Paesi. Non è un caso che abbiano attratto l’attenzione degli stranieri: oggi ne avremmo circa 210 in più se queste non fossero passate nell’ultimo decennio sotto il controllo di azionisti esteri, un quarto dei quali proprio tedeschi e francesi.

Made in Italy

Un aspetto peculiare delle medie imprese riguarda il fatto che ricchezza e occupazione sono prodotte prevalentemente in Italia. L’88,2% non ha una sede produttiva all’estero e solo il 3% realizza in stabilimenti stranieri oltre il 50% dell’output. Il tema del re-shoring appare quindi di poca rilevanza per queste aziende: l’88,8% si avvale di fornitori stranieri, ottenendo in media il 25% delle proprie forniture.

Inoltre, la quota di vendite destinata all’estero è pari al 43,2% del fatturato. Le performance sono tanto più lusinghiere se si considera che sono state raggiunte in un contesto fiscale penalizzante: il tax rate effettivo delle medie imprese è oggi attorno al 21,5% contro il 17,5% delle grandi, ma in passato lo spread è stato anche più ampio, oltre 8 punti nel 2011. Se nell’ultimo decennio le medie imprese avessero avuto la medesima pressione fiscale delle grandi avrebbero ottenuto maggiori risorse per 6,5 miliardi di euro. D’altra parte, nel confronto con i competitor stranieri, le nostre medie imprese si percepiscono svantaggiate proprio in termini di struttura dei costi (50,5%), di efficienza della pubblica amministrazione (30,2%) e di qualità della dotazione infrastrutturale del Paese (22%).

Un’azienda su due ha risolto il passaggio generazionale e ne beneficia l’innovazione Il 47,2% delle medie imprese ha risolto il passaggio generazionale mentre il 17,4% lo sta affrontando, ma non ha terminato il processo. Per il 26,2% il tema non è in agenda perché gli eredi sono troppo giovani, ma il restante 9,2% è in oggettiva difficoltà dovendo fronteggiare la mancanza di eredi, la loro eccessiva numerosità o i dissidi tra soci. Un rilevante 32,5% delle medie imprese coglie nel passaggio generazionale l’occasione per inserire manager esterni.

I nodi da sciogliere

Tutto a posto quindi? Non proprio perché l’incertezza geopolitica mette a rischio la continuità delle forniture e le medie imprese intendono porvi rimedio attraverso un mix di diversificazione del numero dei fornitori (79,7%) e di aumento di quelli di prossimità (29,8%), anche nazionali (27,4%). Non pare invece praticata la riduzione dei fornitori agendo sulla loro fidelizzazione (12,2%) né la loro acquisizione per integrarli (4,6%).