Non solo Eni. Riparte il balletto delle privatizzazioni
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Imprese ItalianeIn evidenza Ven 19 gennaio 2024

Non solo il cane a sei zampe. Riparte il balletto delle privatizzazioni

Per il governo il punto centrale è fare cassa con i gioielli di famiglia. Ma la storia dimostra che non si tratta di un'operazione vincente Non solo il cane a sei zampe. Riparte il balletto delle privatizzazioni Giancarlo Giorgetti
Fiorina Capozzi
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Fiorina Capozzi

Giornalista di economia e finanza con esperienza internazionale e autrice di "Vincent Bolloré, il nuovo re dei media europei" (2015) e "Telecommedia a banda larga" (2020). Riconosciuta da Reporters without borders per il suo lavoro sui media europei.

I debiti sono debiti e vanno ripagati. E visto che l’economia non va, secondo il governo di Giorgia Meloni, la soluzione più rapida resta la privatizzazione dei gioielli di famiglia. Di qui la scelta del Tesoro di valutare la cessione del 4% di Eni con un incasso da circa 2 miliardi di euro. La dismissione dovrebbe essere collegata alla fine del piano di buyback del cane a sei zampe. Così il ministro Giancarlo Giorgetti inaugurerà una nuova stagione di privatizzazioni per lo Stato italiano.

I conti però non tornano

L’esecutivo sta preprando una serie di cessioni che vanno da Mps a Poste, passando per le Frecce di Trenitalia e arrivando fino a Rai Way. Obiettivo del governo Meloni è raggiungere un incasso da 20 miliardi. Ma, secondo quanto stima il quotidiano economico Mf, i conti non tornano: “dalla vendita del 29% di Poste il Tesoro può incassare fino a 3,8 miliardi. Altri 4,5 miliardi da Fs, 2 da Eni, 1,6 miliardi da Mps e 500 milioni da RayWai. In tutto meno di 13 miliardi”.

Che si tratti di 20 o di 13 miliardi, la cifra non è comunque tale da cambiare le carte in tavola visto che l’Italia solo nel 2023 ha pagato più di 81 miliardi di interessi sul debito. Per non parlare del fatto che, dopo le cessioni, le casse pubbliche intascheranno per sempre minori dividendi da partecipate e calerà il peso dello Stato nelle strategie di investimento e sviluppo delle poche grandi aziende a partecipazione pubbliche italiane.

Negli anni ’90 si decise una strategia analoga

Nella prima grande stagione delle vendite di Stato al governo c’era Romano Prodi. Finirono sul mercato Telecom, Enel, Autostrade ed Ente Tabacchi l’Italia. Operazioni dalle quali, come rivela la Corte dei Conti, nella delibera 19 del dicembre 2012, il Paese avrebbe potuto ricavare cifre ben più elevate di quelle incassate.

Come si legge nel documento sul lavoro svolto in quindici anni (dal 1993 al 2008) dal Comitato di garanzia per le privatizzazioni,l’obiettivo di far cassa, ha a volte ”condizionato” l’operato e ”ciò potrebbe aver determinato in alcuni casi la non piena valorizzazione degli asset anche in termini di ristrutturazione produttiva delle imprese interessate”. Non certo un bel biglietto da visita anche per l’ex premier ed ex numero uno della Bce, Mario Draghi, che è stato ai vertici del Comitato fra il ’93 e il 2001 prima di diventare responsabile per l’Europa della banca statunitense Goldman Sachs.

Per Telecom il bilancio è senza dubbio negativo

Nella storia delle privatizzazioni pubbliche, il caso più drammatico è stato senza dubbio quello di Telecom Italia. La progressiva uscita dello Stato dal capitale dell’ex monopolista pubblico ha progressivamente portarto allo smantellamento di quella che era la florida industria italiana delle tlc. Non solo. Ha anche creato un problema su un asset strategico. Un nodo che, nei decenni successivi, i governi che si sono succeduti non sono stati in grado di sciogliere. E che oggi è una brutta gatta da pelare anche per il governo Meloni.

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