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Rep e Corriere spiegano quanto sono belli sacrifici e povertà

In Da non perdere, Media
23 Giugno 2022
«Vivere senza» ora è cool. E ci invitano pure a non farci la doccia

Il ritorno dell’austerity

La nuova normalità è vecchia, anzi vecchissima. Ha le sue radici negli anni ‘70, quando industriali, banchieri e comunisti inneggiavano insieme all’austerità. Ma in realtà vuol riportarci al vecchio caro Ottocento, quando, come diceva quel tale, l’individuo non era stato ancora allontanato dal «contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità»…

E così, in questa estate in cui scarseggiano acqua e metano, e si ipotizzano razionamenti e lampioni spenti, c’è chi invita a non lamentarsi, a non chiamare in causa eventuali responsabilità della politica, e a riscoprire piuttosto un sano fatalismo e il gusto della sobrietà. L’altro giorno, per esempio, sulla Repubblica Gabriele Romagnoli prendeva atto con malcelato disappunto che ormai «non si è capaci di fare “senza”. È una parola che ai più mette paura, un prefisso per condizioni marginali, in qualsiasi lingua: da senza tetto a sans-papiers». Probabilmente intontiti dalla propaganda populista, gli italiani non sono «pronti a men-vivere, mettere il segno meno davanti a molte azioni dell’esistenza quotidiana». Ma, chiede Romagnoli, «ci sarà un’alternativa?».

Domanda retorica, l’alternativa ovviamente non c’è mai, come ci viene ripetuto da decenni. Al concetto di alternativa si preferisce quello di resilienza, la virtù dell’adattamento a circostanze sulle quali non abbiamo il controllo. A indicarci un bell’esempio di resilienza è stato ieri il Corriere della Sera, che ha intervistato il noto ambientalista Fulco Pratesi, prodigo di consigli quanto parco nei consumi. «Con questa siccità spaventosa che non accennerà a diminuire almeno fino a metà agosto dovremmo tutti essere più responsabili», ha messo in chiaro l’ex presidente del WWf.

Sì ma responsabili in che modo? Per esempio non facendo la doccia (lui, che adesso ha 87 anni, l’ha fatta l’ultima volta «quando ero giovane e giocavo ancora a rugby»), lavandosi “a pezzi” («la faccia e le ascelle e i punti critici mattina e sera, con una spugna e i barattoli, in modo da non sprecare l’acqua quando scende dal rubinetto. Mani e piedi, rapidissimamente»), non esagerando con lo sciacquone («solo per una pipì non si usa, nemmeno con il bottone più piccolo.

Dopo due o tre volte va bene. Ma anche quando premo il bottone piccolo penso a quanto servirebbe quell’acqua ai bambini del Burkina Faso»), lesinando sulla biancheria («le mutande me le cambio in maniera molto ecologica, ogni due-tre giorni, ma a volte di più. Comunque controllo: si capisce quando è arrivato il momento»), rinunciando a bere acqua minerale («io bevevo anche quella del Tevere, quando uscivo in canoa con gli amici! E non mi è mai successo nulla, anzi, mi ha creato gli anticorpi, come diceva il mio professore») anche quando si va al ristorante (i camerieri «obtorto collo» gli servono acqua di rubinetto). Programma impegnativo ma la nuova normalità non è un pranzo di gala.

 

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Nato a Udine nel 1978, approdato al giornalismo abbastanza tardi, ha lavorato vari anni a Libero con una breve parentesi al Giornale. Non ama viaggiare, non ha hobby, diffida dei fact checker. Orientamento politico: «Il passo che deve fare l’Unione Europea per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di “sana disunione”. Cioè dare più indipendenza, più libertà ai Paesi dell’Unione» (Papa Francesco, 26 giugno 2016).