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Guerra del greggio, secondo Jp Morgan il prezzo del barile andrà alle stelle

In Mondo
3 Luglio 2022

La previsione sul prezzo del petrolio

Che l’Occidente stia giocando col fuoco sfidando la Russia sulle materie prime lo dice ora anche Jp Morgan, di tutto sospettabile tranne che di far da portavoce alla propaganda del Cremlino. Secondo gli analisti della banca d’affari americana, il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere la stratosferica soglia di 380 dollari al barile se Mosca decidesse di ridurre la produzione come ritorsione alle sanzioni europee e americane.

L’embargo deciso dall’Ue

Oltre all’embargo deciso dai paesi Ue, che secondo i calcoli della Commissione di Bruxelles bloccherà il 90% del greggio russo indirizzato verso l’Europa, i leader delle potenze mondiali del G7 riunitisi a Enlau, in Baviera, dal 26 al 28 giugno, hanno annunciato l’intenzione di lavorare all’introduzione di un tetto al prezzo del petrolio esportato dalla Russia. Un progetto ancora fumoso (non è chiaro se i sette cercheranno di convincere o di costringere, e come, il resto del mondo ad adeguarsi al tetto) e da molti ritenuto difficilmente praticabile. Ad ogni modo, secondo Jp Morgan, la Russia potrebbe permettersi di reagire riducendo la produzione giornaliera di greggio di 5 milioni di barili senza danneggiare eccessivamente la propria economia, peraltro ben sostenuta nei mesi scorsi dagli stessi paesi dell’Unione europea, che dall’inizio della «operazione speciale» russa in Ucraina, il 24 febbraio, al 3 giugno, hanno versato a Mosca 57 miliardi di euro per l’acquisto di gas, petrolio e carbone.

Soccorso arabo?

E se anche la Russia volesse limitarsi al taglio di 3 milioni di barili al giorno, calcola Jp Morgan, il prezzo del barile salirebbe comunque a 190 dollari (venerdì il Brent ha chiuso a 111 dollari). «Il rischio più ovvio e probabile di un tetto ai prezzi è che la Russia scelga di non partecipare e si vendichi riducendo le esportazioni», scrivono gli analisti della banca Usa concludendo che «la ristrettezza del mercato petrolifero globale è dalla parte della Russia».

Gli occidentali peraltro non possono contare sul soccorso dei paesi produttori del Golfo Persico. Proprio a margine delle riunioni del G7 in Germania, il presidente francese Emmanuel Macron aveva raccontato al presidente americano Joe Biden i dettagli di una sua telefonata con il leader degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed: «Mi ha detto due cose. Sono al massimo, al massimo della capacità produttiva. Questo è ciò che sostiene. E poi ha detto che i sauditi possono aumentare di 150 (migliaia di barili al giorno). Forse un po’ di più, ma non hanno capacità enormi prima di sei mesi».

Dal canto suo Biden ha appena annunciato un piano nel quale, sconfessando il suo programma elettorale, apre alla possibilità di concedere nei prossimi anni dieci licenze di trivellazioni nel Golfo del Messico e una al largo dell’Alaska.

La situazione in Libia

Come se non bastasse, l’Europa sta ancora raccogliendo i frutti della destabilizzazione libica, innescata dalla guerra del 2011. In un paese spaccato (almeno) in due parti, alcuni manifestanti venerdì hanno preso d’assalto la sede del Parlamento a Tobruk, in Cirenaica, protestando fra l’altro contro le continue interruzioni della corrente elettrica. In un contesto di sostanziale anarchia, con due politici (Abdul Hamid Dbeibah e Fathi Bashagha) a rivendicare la carica di primo ministro, le esportazioni di greggio, che l’anno scorso raggiungevano in media i 1,1 milioni di barili al giorno, variano ora da 365 mila a 409 mila.

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Nato a Udine nel 1978, approdato al giornalismo abbastanza tardi, ha lavorato vari anni a Libero con una breve parentesi al Giornale. Non ama viaggiare, non ha hobby, diffida dei fact checker. Orientamento politico: «Il passo che deve fare l’Unione Europea per ritrovare la forza delle sue radici è un passo di creatività e anche di “sana disunione”. Cioè dare più indipendenza, più libertà ai Paesi dell’Unione» (Papa Francesco, 26 giugno 2016).