284 visite 8 minuti 0 commenti

Perché Russia e Cina tagliano i tassi mentre la Bce continua ad alzarli?

In Mondo
20 Settembre 2022

Il tasso d’interesse in Russia e Cina

La domanda è: perché la banca di Russia e quella della Cina si muovono in direzione ostinata e contraria rispetto alle banche centrali delle maggiori economie occidentali? Elvira Nabiullina due giorni fa ha diminuito il tasso ufficiale al 7,5%: è il quarto taglio dall’inizio della guerra e smentisce le previsioni d’inizio anno che fissavano gli interessi tra il 10,8 e il 12%. La Banca di Cina ha limato i suoi due tassi d’interesse.

Yi Gang – presidente di People’s Bank of Cina – non ha abbandonato la sua politica dei piccoli passi, ma ha limato il loan prime rate (l’Lpr) a un anno dal 3,70% al 3,65%, e ha portato il tasso a cinque anni – che riguarda soprattutto i prestiti immobiliari – dal 4,45% al 4,3%. Si tratta dei livelli più bassi degli ultimi 20 anni. La risposta più elementare è: perché tanto la Russia, per effetto delle sanzioni e della guerra, quanto la Cina, per effetto dei lockdown imposti dalla strategia Covid zero ordinata da Xi Jinping, per l’enorme debito privato e le bolla immobiliare di cui Evergrande è solo la punta dell’iceberg, hanno bisogno di sostenere la domanda. E hanno necessità di politiche espansive.

L’inflazione in Russia

Si potrebbe aggiungere che la Russia ha un problema, al pari dei paesi occidentali, d’inflazione che viaggia con un incremento dei prezzi dell’11% – l’Eurozona non sta messa molto meglio con il suo 9,1% e l’Italia che viaggia all’8,4% con quella alimentare vicina alla doppia cifra – la Cina invece l’ha programmata al 3%, ma ora sta al 2,7 meglio del 2,9 immaginato dagli analisti e nonostante la carne di maiale sia schizzata del 20% e la verdura del 15%. Ma sono fermi i prezzi non alimentari e dunque i rialzi sono contenti.

Tuttavia anche Pechino potrebbe avere a breve dei problemi appeni la logistica si sblocca. Le aziende stanno cercando di fare scorte (il mercato del rame con i prezzi in rialzo da questo punto di vista è una cartina di tornasole), hanno bisogno di liquidità anche per fronteggiare un incremento dei prezzi alla produzione del 6,4%. Dunque se Pechino può avere margine per abbassare i tassi perché almeno per ora non ha la minaccia dei prezzi al consumo, la Russia ha invece una dinamica vicina a quella europea.

Ma Elvira Nabiullina, la donna di ferro della Banca di Russia quella che una certa propaganda voleva in disaccordo con Vladimir Puntin e che invece i questo momento è il più concreto sostegno all’azione dell’inquilino del Cremlino, tra controllare l’inflazione e spingere i volumi ha scelto la seconda strada. Anche perché l’economia russa che mostra una debole propensione al consumo (sono sparite molte merci) compensata da un incremento del risparmio dal punto di vista produttivo dà segni di risveglio. La nota della Banca di Russia con cui si annuncia il taglio del tasso d’interesse sottolinea: «Sul fronte delle aziende, i dati suggeriscono che una parte significativa delle imprese deve ancora far fronte a difficoltà nella produzione e nella logistica. Tuttavia, il loro sentiment continua a migliorare man mano che i fornitori di prodotti finiti, materie prime e componenti si diversificano, così come i mercati di vendita».

Lo scopo della Cina

E qui comincia una spiegazione un po’ più complessa del perché Russia e Cina vanno in direzione contraria al resto del mondo. Hanno sostanzialmente due obbiettivi comuni: il primo costituire un circuito commerciale dedollarizzato, il secondo approfittare dell’ipertrofia del biglietto verde per penetrare mercati dove la barriera dell’oneri di cambio sta espellendo le produzioni commerciali. Sono questi i segnali di un conflitto monetario in corso assai più duro di quello che si combatte con i razzi nel Donbass e sono anche la spia che la nuova globalizzazione pone il tema di un diverso assetto delle monete.

Probabilmente lo sa anche Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, che insiste a ingrassare il dollaro con dosi massicce d’innalzamento di tassi. La situazione economica americana è ancora tale da consentire alla Fed di agire con una certa “leggerezza” anche se Powell ha pronunciato il suo wathever it takes contro l’inflazione. Gli analisti dicono che la Fed può tranquillamente arrivare a fine anno a un rialzo del 4,5%. Ma la conseguenza di questa politica monetaria di Washington è che si profila all’orizzonte una sorta di tsunami monetario.

Il dollar index

Il dollar index ha continuato la risalita e ora è vicino agli 88 punti il che significa che il biglietto verde è in rafforzamento su tutto il paniere: euro, sterlina, dollaro canadese, yen, corona e franco svizzero. L’euro nonostante i rialzi di tassi della Bce (l’ultimo 0,75% l’8 settembre ha fatto seguito a uno 0,50% deciso in luglio) ha viaggiato a lungo sotto la parità col dollaro, e la Banca del Giappone che da anni non tocca i saggi che sono tra i più bassi dell’occidente con lo yen scivolato a 142,9 preannuncia una prossima stretta. Tutti hanno il problema di contenere lo strapotere del dollaro. Ma per alcuni paesi questo si traduce nell’impossibilità di accedere al mercato dell’energia e di molte materie prime.

I Paesi che rischino il fallimento

Dopo il default dello Sri Lanka ci sono altri paesi che rischiano il botto: l’Egitto, il Pakistan, la Tunisia, il Ghana, perfino l’Argentina potrebbe avere a breve problemi valutari. Significativo è che invece gli emergenti sia i Brics quanto Indonesia, Messico e Corea non hanno contratto debiti in dollari. La Cina con il dollaro ipetrofico può avere dei problemi tanto di reperimento dei capitali, il che l’accomuna all’Europa che vede lievitare i rendimenti dei titoli minacciati dall’esodo verso Tbond o semplicemente il biglietto verde, quanto di remunerazione del suo indebitamento in valuta americana.

Per questo sta cercando in tutti i modi di convertire il debito interno da dollari in yuan favorendolo con tassi bassi che servono anche ad una politica espansiva. Ma contemporaneamente tanto Pechino quanto la Russia sono pronti a finanziare e sostenere i paesi messi in crisi dal dollaro esportando e commerciando nelle loro valute. L’esempio più plastico sono i contratti che sia la Cina che l’India hanno fatto in rubli per avere petrolio e gas della Siberia. Il monopoli delle monete è solo all’inizio.