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Letta chiede i soldi al governo per fare i tagli nel Pd e la cassa integrazione

In Da non perdere, Politica
15 Luglio 2022
Nel 2021 già esodati 17 dipendenti. In calo anche gli utili del partito: solo 600 mila euro

Il bilancio del Pd

Il Pd perde utili e proroga la cassa integrazione per i dipendenti dopo averne tagliati diciassette. È quanto si legge nel rendiconto dell’esercizio 2021 del partito guidato da Enrico Letta che presenta un avanzo di 606.810 euro, rispetto ai quasi 2 milioni del 2020, dopo aver effettuato ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti per 808.746 euro.

Sul fronte dei costi, il Pd ha impiegato 753.309 euro in collaboratori e consulenze, 776.561 euro per spese elettorali, 193.150 euro in spese di viaggi, trasferte, alberghi e ristoranti, rappresentanza, rimborsi e automezzi e ben 505.512 euro per le spese relative alla sede del Nazareno (vigilanza, manutenzioni e riparazioni, assicurazioni, pulizia locali etc).

Il Pd punta ad altra cassa integrazione

Alla data del 31 dicembre 2021 l’organico è costituito da 123 lavoratori subordinati (di cui 18 giornalisti a tempo pieno) e da 3 collaboratori e i costi complessivi del personale dipendente sono stati di 4.470.509 euro. E qui cominciano i problemi, perché nella relazione al rendiconto 2021 il tesoriere Walter Verini scrive: «Il 30 settembre 2022 terminerà la cassa integrazione straordinaria e il partito procederà a richiedere un’ulteriore anno di proroga per consentire di realizzare il programma di riorganizzazione finora intrapreso». Nel corso del 2021, viene aggiunto, il partito «ha infatti avviato un importante processo di incentivazione all’esodo, che ha portato alla risoluzione di 17 rapporti di lavoro». Come già aveva rivelato lo scorso 24 giugno Giacomo Amadori su La Verità in un articolo dal titolo «Da cinque anni paghiamo la cassa integrazione al Pd».

La cassa integrazione del Pd

La cassa straordinaria è iniziata nel 2017 ma il partito non può contare sul finanziamento pubblico, tagliato proprio da Letta quando era premier con il decreto 149 del 28 dicembre 2013 e poi convertito in legge nel febbraio del 2014. Quella legge ha introdotto un sistema di contribuzione volontaria ed esteso a tutti i partiti politici la normativa sulla cassa integrazione salariale e i contratti di solidarietà.

A tal fine, il provvedimento autorizzava la spesa di 15 milioni per il 2014, di 8,5 milioni per il 2015 e di 11,25 milioni a decorrere dal 2016, alla quale si provvedeva attraverso l’utilizzo di quota parte dei risparmi conseguenti alla progressiva riduzione del finanziamento pubblico. E a quel piccolo tesoretto sta attingendo soprattutto il Pd, scriveva la Verità. Cui il tesoriere Verini e la responsabile delle risorse umane Antonella Trivisonno avevano fatto pervenire la loro versione sottolineando di aver rispettato tutte le norme sull’accesso agli ammortizzatori sociali e sulle loro proroghe. «Il Pd, come altri partiti, ha avuto la necessita di richiedere la cassa integrazione», avevano ammesso.

E precisato che il ricorso alla Cassa a partire dal settembre del 2017 si era reso necessario a causa delle difficoltà finanziarie derivanti dalle uscite della campagna referendaria del 2016 e accentuate – a seguito delle elezioni politiche del 2018 – dalla consistente riduzione dei parlamentari e delle conseguenti entrate attraverso le «erogazioni liberali», avevano poi spiegato. E così l’1 settembre 2017 il Pd ha avviato la cassa integrazione con la causale «crisi» per cambiarla, successivamente, in «riorganizzazione» fino al periodo della pandemia, quando ha fatto ricorso alla cassa Covid. Passata l’emergenza sanitaria, il partito ha infine richiesto «un’ulteriore proroga della Cigs per la riorganizzazione».

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