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Difficile che Draghi cambi idea. Per il suo posto Amato è in pole

In In evidenza, Politica
15 Luglio 2022

Per il dopo Draghi c’è Amato

Mario Draghi ha gettato la spugna dopo che il M5s ha deciso di non votare ieri mattina in Senato la fiducia al governo sul decreto Aiuti. Dopo una giornata convulsa il premier ha convocato alle 18,15 il consiglio dei ministri e annunciato lì l’intenzione di andare a dimettersi al Quirinale, cosa che ha fatto poco dopo. Il presidente della Repubblica, che nel primo pomeriggio aveva avuto con il premier un colloquio informale cercando di farlo ritornare sui suoi passi, ha respinto le sue dimissioni e rinviato Draghi alle Camere mercoledì prossimo (lunedì e martedì c’è un vertice intergovernativo ad Algeri, delicatissimo per le forniture del gas all’Italia). Non ci sono però grandi margini di recupero.

Le parole di Draghi ai ministri

Le parole di Draghi davanti ai suoi ministri sono state infatti nettissime: «È venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo». Nonostante la contrarietà di Mattarella, il pressing delle cancellerie cancellerie europee, la tempesta sui mercati di cui ieri si è colta la prima avvisaglia, è difficile che Draghi cambi idea. Non ha fatto un colpo di testa, ha colto la prima rottura concreta della sua maggioranza per sfilarsi da una navigazione che si faceva sempre più burrascosa. Secondo il tam tam di palazzo l’incarico per un governo elettorale potrebbe essere affidato al presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, che ironia della sorte sarebbe portato a palazzo Chigi proprio dai 5 stelle che ne avevano fatto un bersaglio fisso da anni.

Le prossime ore delle coalizioni

Nelle prossime ore si capirà anche quanto terranno le coalizioni: il centrodestra a questo punto sarebbe il favorito per la competizione elettorale verso cui Giorgia Meloni ovviamente spinge, e se Matteo Salvini e Silvio Berlusconi tentenneranno, la coalizione andrebbe in frantumi. Lo è già invece quella avversaria, con le ferite che proprio questa crisi di governo ha aperto fra Enrico Letta e Giuseppe Conte.

Non essendoci alcuna possibilità di modifica della legge elettorale, andrebbe in frantumi il sogno di centristi dell’uno e dell’altro fronte: andando da soli resterebbero con un pugno di mosche in mano, per il doppio effetto maggioritario della legge in vigore: quello del terzo dei collegi in cui le coalizioni sarebbero obbligatorie, e quello della riduzione dei seggi. Secondo le varie analisi tecniche fatte, per questa riduzione in 12 regioni italiane su 20 per eleggere un deputato sarebbe necessario più dell’8% dei consensi. Per eleggere un senatore fra il 12 e il 15%. Numeri che non sono alla portata dei vari Matteo Renzi, Carlo Calenda e Giovanni Toti manco mettendosi tutti insieme. L’unica alternativa – non facilissima – è quella di spaccare i poli e ricostruirli fra coalizione mista di draghiani e coalizione mista di antidraghiani, ma sembra più fantascienza che realtà.

Le elezioni anticipate verrebbero senza alternativa possibile fissate fra l’ultima domenica di settembre e la prima di ottobre. Ieri le dava per scontate anche il Wall Street Journal, che a sorpresa sosteneva che i mercati non avrebbero motivo di spaventarsi come solo qualche anno fa per una eventuale vittoria elettorale del centrodestra. E citava a questo proposito l’opinione di un professore italiano della università di Padova, Marco Almagisti: «Mentre in passato il pensiero di avere questi partiti di centro-destra alla guida dell’Italia suscitava allarme all’estero, sono diventati meno radicali e non sembrano essere una minaccia per gli stretti legami dell’Italia con l’Europa e l’Atlantico».

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Direttore Responsabile Verità&Affari

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