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ApprofondimentiPolitica Gio 14 luglio 2022

Da Monti a Draghi quando non basta chiamarsi SuperMario

Come SuperMario, anche Mario Monti come Mario Draghi era stato chiamato per salvare l’Italia dalle fiammate dello spread.

Da Mario Monti a Mario Draghi

C’era una volta SuperMario. Mario Monti. Era stato chiamato per salvare l’Italia dalle fiammate dello spread e per fare le riforme strutturali attese da vent’anni dal Paese. Ma l’avventura fallì miseramente portando pure un buco di 5 miliardi di conto di derivati sottoscritti con la banca statunitense Morgan Stanley. Dopo qualche anno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci ha riprovato e ha chiamato ancora SuperMario. Questa volta, Mario Draghi. Ma l’epilogo, per quanto possibile, non è andato meglio, con un governo ostaggio dei partiti nonostante la riduzione del numero di parlamentari nella prossima legislatura.

La fine di SuperMario

Così è accaduto che nemmeno la prospettiva della perdita della poltrona a Montecitorio è riuscita a salvare SuperMarioBis. Una missione incompiuta per un tecnico che conosce l’Italia dall’intero, essendo stato direttore generale del Tesoro ai tempi della grande stagione delle privatizzazioni degli anni ’90. Gli anni in cui vennero venduti i gioielli di famiglia per preparare l’ingresso del Paese nell’euro. 

In ambito internazionale, Draghi è considerato il migliore fra i migliori: Ph. D in Scienze Economiche al Massachusetts Institute of Technology, un passaggio in Goldman Sachs per diventare poi Governatore della banca d’Italia, diventando poi membro e presidente del Forum per la stabilità finanziaria, direttore esecutivo della Banca Mondiale e governatore della Banca centrale europea.

La missione di Draghi

Anche lì con una missione: salvare l’euro, whatever it takes. Orfano, partito dal nulla, è arrivato ai massimi livelli della finanza mondiale e delle organizzazioni finanziarie internazionali. SuperMario è però crollato davanti all’incapacità di gestire la politica italiana. Ed, esattamente come Monti, rischia di essere vittima delle sue stesse ambizioni. Coltivando forse il desiderio di un’altra poltrona ancora più prestigiosa. 

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