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Draghi si è mandato via, il vero motivo dietro la sua scelta

In In evidenza, Politica
21 Luglio 2022

Draghi non ne poteva più

Dato che Mario Draghi non ha mai avuto istinti autolesionistici ed anzi è stato sempre piuttosto bravino ad occuparsi di sé, bisogna escludere che il premier volesse suicidarsi in Parlamento come nell’ultima settimana ha fatto, ieri perfino con violenza. Il governo, che certo aveva avuto qualche problema come è scontato in letteratura politica a pochi mesi dalla fine della legislatura, è finito per farsi rosolare a puntino nel bel mezzo di una estate rovente. Siccome tutto è dipeso dallo stesso presidente del Consiglio, non c’è che una spiegazione logica: Draghi non ne poteva più, era totalmente logorato da questa esperienza da volersene liberare nonostante appelli e controappelli. E ha fatto in modo di tornare a sorridere liberandosi di un peso evidentemente insopportabile. Altrimenti non avrebbe dato le dimissioni la scorsa settimana un secondo dopo avere ottenuto una fiducia larga (172 voti su 315) in quel Senato dove decine di governi hanno faticato a stare in piedi.

Il discorso di Draghi in Senato

Messo alle strette dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che gli ha impedito di gettare la spugna così facilmente, ieri si è presentato a palazzo Madama con un discorso certo orgoglioso, ma incendiario, prendendo di mira metà della sua maggioranza, quella di centrodestra, che fin lì non aveva avuto alcuna intenzione di metterne in discussione il ruolo. Non sto a giudicare i contenuti (chiusura totale su catasto e pace fiscale, bordate sulla difesa da parte della Lega ma anche di Forza Italia di balneari e tassisti), ma l’attacco frontale anche nei toni ha appicciato un fuoco che era impensabile non avesse conseguenze.

Infatti il governo ha iniziato a bruciare a metà giornata. Nel dubbio sulla efficacia di quelle fiamme, Draghi ha fatto il bis nel pomeriggio incenerendo il Movimento 5 stelle. Il premier piromane ha dunque provocato l’incendio, e il governo è bruciato come era impossibile evitare (anche perché di pompieri in giro ce ne erano davvero pochi). Non può essere accaduto per imperizia, perché questo torto a Draghi non si può fare. Possibile che il premier abbia avuto cattivi consiglieri, come sosteneva ieri subito uno che conosce bene la politica come Matteo Renzi, perplesso per quelle parole incendiarie verso Lega e Forza Italia, visto che il premier doveva già scavallare l’ostacolo del M5s.

Gli effetti delle dimissioni di Draghi

Renzi ipotizzava che la trappola fosse stata confezionata al premier da collaboratori stretti come Francesco Giavazzi e Antonio Funiciello. Poco realistico però che il premier non avesse analizzato e compreso quel discorso prima di pronunciarlo davanti all’aula di palazzo Madama. Per altro anche altre sbavature istituzionali di quel discorso hanno stupito fan indubbi di Draghi fra cui Pierferdinando Casini. Come quando, manco fosse un Antonio Di Pietro all’epoca del presunto popolo dei fax, si è fatto forte di appelli e drappelli in suo favore sostenendo che lui era lì a chiedere la fiducia perché questo gli aveva chiesto commuovendolo il popolo italiano, ed esortando i senatori a rispondere non a lui, ma al popolo italiano.

Alla fine della giornata resta la fine di questo governo e la chiusura di poco anticipata della legislatura (salvando però le pensioni dei parlamentari grazie al diritto che scatterà il prossimo 24 settembre). I politici ora iniziano la campagna elettorale. L’Italia è probabile che nelle prossime ore debba affrontare i marosi della tempesta. Si ballerà in Borsa, potrà salire lo spread, qualche diffidenza in più dall’estero ci sarà. Poi però si ragionerà più a mente fredda. Draghi non aveva un mandato a vita, solo qualche mese in più dove avrebbe inevitabilmente governato con difficoltà. Poi come in ogni democrazia gli italiani sarebbero stati chiamati al voto, e l’opzione superMario nelle urne non ci sarebbe stata. E non ci sarà ora.

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Direttore Responsabile Verità&Affari

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