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La campagna elettorale è cominciata, coalizioni e addii per il dopo Draghi

In In evidenza, Politica
23 Luglio 2022

Le intese per le elezioni

La campagna elettorale è cominciata, perlomeno ufficialmente perché da tempo i partiti si stanno distinguendo nel rilanciare le proprie battaglie, che sono costate a Mario Draghi la caduta del suo governo. Ma gli schieramenti sono tutt’altro che pronti. E, in un’inedita estate di propaganda balneare, le difficoltà sono subito venute a galla. Se da un lato il centrodestra deve ancora chiarire un paio di cose non da poco, come il candidato premier e la distribuzione dei collegi, dall’altro la coalizione di centrosinistra è tutta da inventare. Il Pd di Enrico Letta le sta studiando tutte, con il pallottoliere alla mano, per far quadrare i numeri che non sono dalla sua parte. Giuseppe Conte è nell’angolo e non sa dove sbattere la testa.

«Il campo largo c’è ancora? – si domanda – Noi siamo una forza progressista. Poi spetterà al Pd fare le sue scelte». L’avvocato di Volturara Appula cerca una sponda per i 5 Stelle, ma difficilmente la troverà nei Dem. La situazione interna al Movimento è caotica e i grillini potrebbero ritrovare la loro ragion d’essere solo se tornassero sulle barricate, magari guidati da Alessandro Di Battista o da Virginia Raggi. Un nuovo patto con il Pd, però, non si può escludere a priori, la strada fino al 25 settembre non è poi così breve. Nel partito di Letta resiste ancora un’ala “grillista”, sponsorizzata dal ministro Andrea Orlando, che invita alla cautela: senza i 5 Stelle sarà difficile essere competitivi in gran parte dei collegi uninominali del Sud. Ma Letta sembra deciso a non ascoltarla. «Discuteremo e decideremo i compagni di strada», ha detto chiudendo le porte a Conte.

L’agenda Draghi

D’altra parte, l’idea di mettere in piedi un sodalizio che porti avanti l’agenda Draghi non può avere come soci proprio quelli che hanno bruciato quell’agenda. Più intrigante è invece creare un fronte repubblicano, anti populista, anti sovranista e pure anti fascista, perché gli slogan che lanceranno saranno questi, demonizzando gli avversari e dipingendoli come gli irresponsabili che fanno ribrezzo alle cancellerie europee. Fin qui ci sta, niente di nuovo. Ma i compagni d’avventura? Note dolenti. Se non c’è Conte, resta Luigi Di Maio, magari il suo Insieme per il futuro non ha grandi numeri ma può rosicchiare qualcosa agli ex colleghi. Giggino, però, ha posto il veto su Conte. A sinistra c’è Leu con un rapporto consolidato, ma questo difficilmente sarà digeribile a Carlo Calenda, che è stato categorico: no grillini, no Di Maio e no estrema sinistra. Letta continua a corteggiarlo, il leader di Azione si riconosce infatti nell’agenda Draghi, ma il fronte repubblicano non ha un appeal sufficiente.

Da Calenda a Renzi

I compagni di strada devono essere presentabili oltre che credibili e Calenda sembra intenzionato a correre da solo, almeno per ora. C’è poi Matteo Renzi, draghiano di ferro, molti nel Pd lo vorrebbero di nuovo al loro fianco, ma è ritenuto inaffidabile. E inoltre anche lui non sembra disposto a condividere l’avventura con i 5 Stelle e neppure con Di Maio. Restano solamente i cespugli di centro, da Giovanni Toti a Luigi Brugnaro e poi il movimento liberal-ecologista del sindaco di Milano Beppe Sala. Gruppi nei quali, oltre a quello di Calenda, potrebbero sbarcare i fuoriusciti da Forza Italia. La parola d’ordine «Draghi» farebbe marciare i centristi in quella direzione, ma il loro peso elettorale non sembra tale da invertire il trend dei sondaggi né tantomeno il voto di settembre. Insomma, una situazione troppo fluida per definire un’alleanza da opporre al centrodestra. E Letta riunirà martedì prossimo i gruppi parlamentari del Pd proprio per decidere lo schema da adottare.

Come si muove il centrodestra

E il centrodestra? Sembra sia già «una gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria», come ha scritto Mario Giordano su la Verità, ma è meglio che stia in guardia perché, come si sa, l’avventura di Occhetto non è finita bene. Silvio Berlusconi è alle prese con le tensioni interne a Forza Italia ed è rimasto amareggiato dalle defezioni di peso. «Irriconoscenti» li ha definiti riferendosi a Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna, affermando che non hanno futuro. Ma tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non sembra tornata l’armonia. La partita può essere vinta, ma i tre leader devono chiarirsi. Mentre Matteo Salvini è già in forcing elettorale e parla già delle misure che il nuovo governo adotterà (ma il centrodestra non ha ancora vinto), si riapre il problema delle regole per assegnare i collegi e stabilire chi sarà premier. Giorgia Meloni, forte dei sondaggi, ripete che le regole ci sono sempre state: chi prende più voti sale al Quirinale per l’incarico, mentre i collegi uninominali vanno attribuiti in base alla media degli ultimi sondaggi. Salvini e Berlusconi, però, mettono le mani avanti ed è lo stesso Cavaliere a proporre che il nome del premier dovrebbe uscire dall’assemblea degli eletti. Insomma, la macchina da guerra c’è, ma è tutt’altro che gioiosa.

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Riccardo Pelliccetti, triestino, è stato caporedattore e inviato speciale per 20 anni de Il Giornale, dopo aver lavorato per diversi quotidiani, periodici e riviste web, occupandosi di politica estera e difesa. Ma è tornato alla sua passione: l’economia. Ha pubblicato i libri “La via dell’esodo” (1997), “I nostri marò” (2013) e “Le verità negate” (2020).