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«Lagarde ha sbagliato? O ha voluto favorire l’assalto francese all’Italia»

In Approfondimenti, Politica
11 Giugno 2022

Crosetto dopo la decisione della Bce

Guido Crosetto era stato facile profeta. Il 7 maggio sulle colonne di questo giornale aveva previsto la tempesta perfetta: tassi in rialzo, spread che si avvicina pericolosamente alla soglia dei 300 punti, mercati in fibrillazione e spinte esogene verso il ricorso al Mes da un lato e la prosecuzione con un governo tecnico dall’altro. Insomma, il co-fondatore di Fratelli d’Italia ci aveva descritto la situazione che avremmo dovuto affrontare esattamente un mese dopo. Quindi ci abbiamo riprovato.

Crosetto cosa accadrà?
«Adesso la palla passa nelle mani di Draghi, sarà lui che dovrà trovare delle soluzioni e gestire il panico».

Siamo in buone mani?
«Spesso non sono stato tenero con Draghi, penso che abbia commesso degli errori sulla politica industriale e sul Pnrr, ma allo stesso tempo penso che sia la persona più adatta a gestire una situazione del genere. Quindi sì, siamo in buone mani. Anche se il presidente del Consiglio in Europa ha diversi nemici».

Mi faccia capire.
«Ha visto le Borse oggi? Era difficile capire che determinate posizioni espresse dalla Bce avrebbero provocato un impatto pesantissimo sulle economie con una maggiore esposizione debitoria come la nostra?».

Effettivamente no.
«Ecco, allora mi chiedo perché la Lagarde non abbia usato anche parole per rassicurare».

Ha commesso un errore e non è la prima volta.
«Forse. O forse da buona francese ha aperto la strada all’assalto che Parigi sta conducendo da anni all’economia e alla finanza italiana».

A cosa si riferisce?
«Basta prendere le cronache degli ultimi mesi per capire a cosa mi riferisco. Campagne francesi sono in corso in tutti i settori strategici del Paese, a partire dalle banche per arrivare fino alle assicurazioni e alle telecomunicazioni».

Insomma, la Lagarde nemica di Draghi…
«Non solo lei. Guardi quello che è successo nella Buba».

Cosa succede nella banca centrale tedesca?
«Il nuovo presidente Joachim Nagel segue il percorso tracciato dal suo predecessore, il falco Jens Weidmann. Ha incontrato i Paesi frugali per portarli dalla sua parte e ha fatto fuori quasi tutti gli uomini di Draghi nella Banca Centrale Europea. Il nostro premier oggi a Bruxelles è più isolato. Succedono poi alcune cose che mi fanno pensare».

Tipo?
«L’ormai probabile nomina di Marco Buti, il fedelissimo del Commissario Europeo all’Economia Paolo Gentiloni, a capo del Mes».

Perché la preoccupa la nomina di un italiano alla guida del meccanismo salva-Stati?
«Mi preoccupa da un lato per quello che c’è scritto nei documenti che avete pubblicato voi. Buti mi sembra non abbia fatto mistero di essere pronto a sacrificare il suo Paese per venire incontro alle richieste dell’Ue. E poi per l’aspetto strategico che sarebbe sbagliato sottovalutare».

Mi spieghi?
«Beh, alla fine della fiera l’Europa potrà giustificare le decisioni che vanno contro l’interesse dell’Italia con il fatto che a capo del Mes c’era un italiano».

Situazione drammatica. Ha qualche suggerimento da dare a Draghi?
«Di cambiare il Pnrr».

In che senso?
«Le faccio un esempio. I piani del Recovery prevedono la costruzione di gallerie da qui a sei anni, ma lei lo sa che probabilmente per quella data non avremo neanche le talpe che scavano e lavorano in quelle gallerie? Le producono solo tre società al mondo».

Cosa vuol dire?
«Che i piani del Pnrr sono stati pensati in un contesto economico completamente diverso rispetto a quello che stiamo vivendo. Oggi, soprattutto a causa della guerra in Ucraina, la situazione è cambiata. Visto che c’è tempo fino al 2023 per modificare il Pnrr, sbrighiamoci».

Cosa dovremmo cambiare?
«Alcuni progetti sicuramente, ma anche il metodo. Dovremmo copiare la Grecia che ha usato il debito legato al Pnrr per realizzare i progetti infrastrutturali e le risorse a fondo perduto per i progetti che prevedono il co-finanziamento dei privati, in modo da creare un doppio circolo virtuoso. Come sta facendo il ministero del Turismo».

Perché è così importante?
«Perché il Pnrr è la fotografia con la quale ci presentiamo al mondo. Grazie ai progetti del Recovery possiamo dire con credibilità di essere in grado di investire il 2% del Pil all’anno per 5 anni e di andare nella direzione di una crescita più sostenuta rispetto al passato. Altrimenti…».

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Con una lunga esperienza nel settore economico, ha lavorato a Libero Mercato e Libero. È vicedirettore di Verità&Affari