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L’uomo di Gentiloni per il Mes si vanta di aver già stangato l’Italia

In Politica, Primo piano
28 Maggio 2022
Buti sa benissimo che per molti il Mes è quasi una parolaccia e con l’Eurogruppo si candida a risolvere anche questi problemi di “comunicazione”.

Marco Buti in una lettera a Bruxelles

Ci vuole un fisico bestiale per diventare il prossimo capo del Mes, il Fondo salva-Stati che rappresenta l’istituzionalizzazione della Troika di greca memoria. E Marco Buti, il candidato di passaporto italiano, modestamente ce l’ha. Nella “letter of motivation” che ha scritto lo scorso 22 maggio a Paschal Donohe, il presidente irlandese dell’Eurogruppo, Buti si vanta di essere un duro: «Ho dimostrato la capacità di prendere decisioni impopolari che in alcuni casi mi hanno attirato critiche in Italia per essere eccessivamente severo». In sostanza, l’attuale braccio destro del commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, fa un punto d’onore di essere criticato in patria per mettere in riga gl’italiani e fare carriera a Bruxelles. Ma dalla sua lettera, traspaiono anche con rara e cristallina chiarezza tutta l’ideologia e la politica che si nascondono dietro i presunti tecnici e gli euroburocrati. Insomma, ci fa capire come ragionano davvero i candidati a fare il ministro dell’Economia o il premier nei prossimi governi dei Migliori.

Chi è Marco Buti

Buti, 65 anni, toscano di Pontassieve, è un economista con studi a Firenze e Oxford e dal 2008 al 2019 è stato direttore generale per gli Affari economici e finanziari dell’Unione europea, prima di diventare il capo di gabinetto di Gentiloni. Ha un curriculum di prim’ordine, al quale aggiunge una carta che potrebbe risultare decisiva per sostituire Klaus Regling, falco tedesco che va in pensione a ottobre: l’Italia è l’unico stato membro, a parte la Germania, il cui Parlamento non ha ancora approvato la riforma del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) e scegliere un suo cittadino potrebbe essere la mossa giusta per forzare la situazione. E’ facile immaginare che un minuto dopo la nomina dell’italiano Buti, il presidente Sergio Mattarella e il premier Mario Draghi scatenerebbero la campagna finale per indurre le Camere a dare semaforo verde a un istituzione che di fatto rischia di commissariare i prossimi governi (di qualunque colore essi siano) al primo rimbalzo dello spread.

Buti sa benissimo che per molti il Mes è quasi una parolaccia e con l’Eurogruppo si candida a risolvere anche questi problemi di “comunicazione”. L’economista inizia la propria missiva sostenendo che «l’Esm ha giocato un ruolo essenziale negli ultimi dieci anni» e che «la maggior resilienza degli Stati membri e dell’eurozona durante il Covid e le crisi attuali deve molto alle riforme finanziarie implementate» eccetera eccetera. Ma poi passa a elencare quelli che sono i quattro punti del suo programma di rilancio e comincia ammettendo che se il Fondo salva stati in passato ha avuto problemi di provvista, adesso deve affrontare un problema di domanda, «come dimostrato con il suo fondo Covid, al quale non ha fatto accesso nessun paese, nonostante lo strumento fosse molto simile al programma Sure, del quale hanno beneficiato 19 Stati».

Il braccio destro di Gentiloni concede che sul Fondo che si candida a guidare «c’è un problema di stigma (evidentemente non solo italiano, ndr) che dev’essere superato». Una condanna che «è largamente immeritata, ma che è un dato di fatto del quale deve occuparsi il nuovo managing director». Una figura che deve avere, sostiene Buti, la capacità di «convincere la comunità degli economisti e degli opinion makers», motivo per cui «abbiamo bisogno di un candidato con delle solide credenziali analitiche». Sotto questo profilo della propaganda, se pensava all’Italia, il candidato ci sovrastima.

Al secondo punto, Buti spiega che va corretta la percezione generale secondo la quale il Fondo avrebbe solo una funzione simile a quella di un prestatore di ultima istanza, nel caso di crisi gravi. Ruolo che per altro non si è voluto riconoscere neppure alla Bce. Invece, il Mes «può intervenire anche prima» che la crisi di una nazione diventi disperata. Però, prosegue, «la correzione di questo errore richiede uno sforzo pedagogico vis à vis con i parlamenti e la pubblica opinione».

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