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SuperMario ha mentito sulle tasse: sono state da record con il suo governo

In Da non perdere, Politica
21 Luglio 2022

La bugia di Draghi sulle tasse

Sono passati quasi cent’anni da quando il fisco fu materia di scontro in Parlamento, ma l’aspirazione democratica di un governo si misura ancora sulle tasse. Ieri Mario Draghi nel suo discorso ha mentito sul fisco. Ha affermato che non ha mai aumentato le tasse. È falso: la pressione fiscale in Italia non è mai stata così alta come con lui al governo. E c’è un nesso con la sua personale condizione. Là dove la democrazia è sacra vale il principio «no taxtation without representation». Fu il motto dei rivoluzionari americani.

Cosa non ha rispettato Draghi

Ascoltando il discorso di Mario Draghi ieri al Senato nel suo passaggio sul fisco viene da domandarsi se il paradigma democratico sia n Italia compiutamente rispettato e soprattutto se il presidente del Consiglio abbia intenzione di dire la verità al Paese. Dovrebbe stare molto attento soprattutto lui – come ha ammesso lo stesso Draghi – che si trova nella posizione di essere «un presidente del Consiglio che non si è mai presentato davanti agli elettori» e che quindi «debba avere in Parlamento il sostegno più ampio possibile». Altrimenti «no taxation witthout representation».

Tuttavia Draghi si è preso la briga di spiegare al popolo (il suo accenno del tutto populista ai sindaci, agli infermieri persino ai clochard che hanno manifestato per lui cos’è se non un richiamo populista?) quanto segue: «Siamo consapevoli che in Italia il fisco è complesso e spesso iniquo.

Per questo non abbiamo mai aumentato le tasse sui cittadini. Intendiamo ridurre le aliquote Irpef a partire dai redditi medio-bassi; superare l’Irap; razionalizzare l’Iva. I primi passi sono stati compiuti con l’ultima legge di bilancio, che ha avviato la revisione dell’Irpef e la riforma del sistema della riscossione. In Italia l’Agenzia delle Entrate-Riscossione conta 1.100 miliardi di euro di crediti residui – pari a oltre il 60% del prodotto interno lordo nazionale – una cifra impressionante. Dobbiamo quindi approvare al più presto la riforma fiscale, che include il completamento della riforma della riscossione, e varare subito dopo i decreti attuativi». In dieci righe di testo ci sono quattro menzogne.

Viene in mente esattamente cent’anni dopo un passaggio del discorso di Filippo Turati in replica a quello di Benito Mussolini del 16 novembre 1922. Disse a colui che si apprestava a fare del Parlamento un «bivacco di manipoli» il leader dei socialisti: «Voi avete molta fretta. Chiedete i pieni poteri anche in materia tributaria; il che significa che abolite il Parlamento, anche se lo lasciate sussistere, come uno scenario dipinto, per il vostro comodo. Gli chiedete di svenarsi. Vi obbedirà». Certo i toni e le circostanze sono molto diverse, ma rimane il dato che il tasso di democrazia di un governo si misura prima di tutto dal fisco. E Draghi ha mentito al Parlamento e a tutti gli italiani.
pressione da record

Cosa è successo con il governo Draghi

Non è vero che non sono mai state aumentate le tasse sui cittadini. L’Istat certifica che per i 2021 la pressione fiscale ha raggiunto il record del 43,5% e che nel quarto trimestre dello scorso anno il Fisco si è portato via oltre la metà della ricchezza prodotta raggiungendo il 51,8%. Draghi ha detto una seconda bugia perché ha promesso che la pressione fiscale sarebbe calata e invece sempre l’Istat certifica che nel primo trimestre di quest’anno la pressione fiscale è salita al 38,4% con un aumento di mezzo punto rispetto all’analogo periodo di un anno fa il che in proiezione porta la pressione fiscale oltre il 45%.

La seconda menzogna sul fisco il presidente del Consiglio l’ha detta affermando che la rimodulazione delle aliquote va a vantaggio dei redditi medio-bassi. Non è così e la rimodulazione delle aliquote è tutt’ora oggetto di discussione.
Terza falsità: la razionalizzazione dell’Iva. È semplicemente una rimodulazione a gettito almeno invariato, si sceglie di usare l’imposizione indiretta come «fisco di scambio» per premiare alcune categorie di prodotto e dunque di produttori a discapito di altre. Nessuna peraltro di queste azioni è arrivata a sintesi e quella che giace in Parlamento non è una riforma, ma semplicemente un aggiustamento contabile.

La menzogna sul contenzioso fiscale

Ma la menzogna più grossa e che ha veramente un’intonazione populistica è aver affermato che il contenzioso fiscale è oltre il 60% del Pil. Mario Draghi mente sapendo di mentire. Quel contenzioso non è tutto passato in giudicato e dunque è solo potenzialmente esigibile e in larghissima parte è ampiamente prescritto. Inoltre i numeri del contenzioso dicono che il 49% delle liti si è concluso con la vittoria del Fisco, il 29% con quella del contribuente. Ci sono, poi, i giudizi intermedi con percentuali pari al 10,4% in primo grado ed al 7,9% in secondo grado. Dunque oltre la metà di quei famosi mille miliardi non sono dovuti. Non solo: l’Agenzia delle Entrate continua a mantenere a ruolo un contenzioso prescritto per almeno la metà. Dunque i famosi mille miliardi si riducono a meno di un quarto. Mario Draghi ha preso per buono il dato fornito da Enrico Maria Ruffini sul magazzino fiscale. Ebbene il presidente del Consiglio dovrebbe avere il coraggio di dire – a tacer d’altro – che in quel magazzino ci sono anche i tributi siciliani non riscossi da 22 anni.

Forse il nostro presidente del Consiglio non si ricorda neppure che in Italia esiste una legge la 212 del 27 luglio 2000 che tutela i diritti del contribuente e prima di fare affermazioni apodittiche dovrebbe verificarle almeno col garante dei contribuenti. Invece ha chiesto all’oste Enrico Maria Ruffini se il suo vino (il contenzioso fiscale) è buono e ha cercato di infinocchiare con la retorica populista gli italiani mettendo le mani avanti: riformeremo la riscossione. Significa: aspettatevi una valanga di tasse e di pignoramenti. Tanto, all’uomo solo al comando chi può dire di no? Ci manca un Filippo Turati, ma semmai si votasse può darsi che spunti.