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Parlamentari aggrappati all’indennità, rinviare il voto a giugno ci costerà milioni

In Politica, Primo piano
16 Giugno 2022
Spinta per spostare le urne (e gli effetti del taglio alle Camere) il più lontano possibile

Il rinvio del voto del governo

La guerra, lo spread, la pandemia, il Pnrr. Le nomine. E, naturalmente, il desiderio dei parlamentari di rimanere in carica il più a lungo possibile, soprattutto questa volta, visto che le chance di rielezione nel prossimo Parlamento in formato ridotto (345 seggi in meno) saranno più basse. E’ l’insieme delle motivazioni e dei pretesti che starebbero spingendo governo e partiti a cercare di spostare quanto più possibile in là il momento in cui gli elettori saranno chiamati a rinnovare le Camere.

Nel 2018 si votò il 4 marzo e nella storia repubblicana non è mai capitato che tra una elezione e l’altra passassero più di cinque anni e qualche settimana (non si è mai arrivati a cinque anni e un mese). Per dire, nel 2013 si era votato il 24 e il 25 febbraio. Questa volta invece si prospetta una distanza temporale record tra due votazioni – cinque anni e quasi tre mesi – anche se naturalmente va considerata la variabile delle fibrillazioni interne alla maggioranza, che potrebbero scombinare tutti i calcoli e far precipitare le cose.
election day

Tra Montecitorio e Palazzo Madama una data molto quotata per il prossimo voto è quella del 28 maggio del 2023. Sarebbe in teoria anche l’ultima data disponibile, se le Camere venissero sciolte il giorno prima della fine ufficiale della legislatura (cominciata con l’insediamento del nuovo Parlamento il 23 marzo 2018) e non si sforasse il limite dei settanta giorni di tempo che la Costituzione fissa tra scioglimento delle Camere e ritorno alle urne, anche se alcuni parlamentari hanno ipotizzato un rinvio fino a inizio giugno. Nella data che alla fine sarà scelta, comunque, si dovrebbero tenere non solo le politiche nazionali ma anche le regionali in Lazio e Lombardia. All’accorpamento starebbe pensando la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che ne avrebbe già parlato con esponenti di alcuni partiti di maggioranza.

Il rinvio delle elezioni

I sostenitori del rinvio si appellano alla necessità di mantenere stabile il quadro politico e presentano il presidente del Consiglio Mario Draghi come una sorta di scudo da impugnare il più a lungo possibile per ripararci dagli effetti del rialzo dei tassi d’interesse sul debito pubblico («se non ci fosse lui lo spread sarebbe più alto», ha detto di recente il segretario del Pd Enrico Letta). C’è chi chiama in causa perfino il possibile aumento dei contagi e chi invece batte sul tasto del Pnrr.

Parlando con La Stampa, un parlamentare ha spiegato: «Il versamento ogni sei mesi della quota di risorse Ue spettante ad ogni paese è legata al raggiungimento degli obiettivi, quali riforme e investimenti, anche dentro i singoli ministeri: tutto va avanti se c’è una forte leadership politica, altrimenti se si votasse a marzo, in mezzo al semestre, non si avrebbe tempo per fare le cose per bene». Insomma, sembra che tra le condizionalità non scritte del Pnrr ci sia anche quella di adeguare i tempi della democrazia ai tempi degli investimenti. Ad ogni modo, sempre secondo La Stampa, il governo avrebbe anche un altro motivo per rimandare il voto a fine maggio: potersi occupare in prima persona delle nomine nelle principali società pubbliche, Eni Enel e Leonardo, in scadenza il prossimo aprile…

Il partito del rinvio può contare sul sostegno di una larghissima parte dei parlamentari: quelli che sanno di avere poche o nessuna possibilità di essere rieletti in un Parlamento che diventerà molto più selettivo, dopo il taglio di 230 deputati e 115 senatori sancito dalla legge costituzionale del 2019 e suggellato dal referendum dell’anno dopo in cui, pur non essendoci bisogno di quorum, andò a votare il 51% degli italiani (il 70% dei quali diede la sua approvazione alla sforbiciata ai parlamentari).

Quanto costano i parlamentari

Per chi è in odore di non riconferma, prolungare di tre mesi la propria permanenza tra i banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama significa portare a casa più di 55 mila euro di stipendio. Un deputato infatti incassa ogni mese un’indennità di 10.435 euro, una diaria di 3.503 euro (questa può subire una decurtazione se l’onorevole non partecipa ai lavori, ma il calcolo per determinare che cosa sia un’assenza è complicato: per esempio, se partecipi al 30% delle votazioni di una giornata sei considerato presente), un rimborso spese di 3.690 euro, un rimborso fisso per la copertura dei costi di trasporto e viaggio pari a circa 1.100 euro e un rimborso di altri 100 euro per le spese telefoniche. In totale, poco meno di 19 mila euro al mese. Per i senatori la cifra è simile anche se un po’ più bassa.

Con una certa approssimazione si può dire che tre mesi in più di questo Parlamento hanno un costo di circa venti milioni di euro (gli stipendi dei deputati che nella prossima legislatura non ci saranno più) e benefici (su spread, Pnrr e quant’altro) quanto meno dubbi.

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