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Il Pd ha bisogno di soldi, Letta fa causa ai suoi parlamentari

In Politica, Primo piano
1 Agosto 2022

Il Pd fa causa ai suoi parlamentari

Non bastano gli occhi di tigre alla Rocky o i colori forti alla Van Gogh evocati dal segretario Enrico Letta per affrontare una campagna elettorale nel cuore dell’estate. Servono soprattutto soldi, e il primo a saperlo è il tesoriere del Pd, Walter Verini. Che sta inseguendo come un cagnaccio prima di tutto i parlamentari del partito che non hanno onorato o lo hanno fatto solo in parte la regola ben chiara per l’appartenenza ai gruppi di Camera e Senato: il versamento al partito di una quota parte di indennità e rimborsi spesa pari a circa 1.500 euro al mese, che porta a un versamento annuo medio di 18.500 euro.

Sono stati tanti quelli con il braccino corto durante questa legislatura, tanto che il partito ha inserito in bilancio un credito nei loro confronti di 324.323 euro oltre a 3.600 euro che mancano da quel che avrebbero dovuto versare nel 2021 i componenti del governo. Ognuno si fa il piccolo sconto, e alcuni se lo fanno da lustri, tanto che risultano ancora crediti da riscuotere per 487.401 euro nei confronti di parlamentari della precedente legislatura chiusa nel 2018. Erano di più, ma con accordi transattivi e sconti realistici sul dovuto il Pd è riuscito a incassare da loro sia pure dopo molti anni 112.159 euro che servono alla causa. Qualcuno è stato graziato, tanto è che sono stati svalutati 82.650 euro di crediti vantati nei confronti di parlamentari e membri del governo oggi in carica. Ma per i più Verini si è rivolto in tribunale, ottenendo da quello di Roma 56 decreti ingiuntivi nei confronti di eletti del Pd. Un atto dirompente, che però bada al sodo viste le esigenze di cassa di una campagna elettorale che per quanto anomala nel cuore dell’estate sarà comunque dispendiosa.

L’elenco dei renitenti

Secondo la tabella allegata al bilancio Pd 2021 pubblicato entro il 15 luglio come da legge, sono molti quelli che hanno versato meno del dovuto o proprio nulla l’anno scorso. Casi controversi, come quelli degli eletti nella circoscrizione estero o i transfughi da altri gruppi (soprattutto ex M5s) che non avevano sottoscritto un patto formale sulla candidatura che prevedeva questo versamento, e in altri casi il versamento c’è stato, inferiore però a quella cifra di 1.500 euro al mese. In molti di loro però sentendo profumo di elezioni è scattato il rimorso, iniziando a versare nel 2022 la quota prevista o comunque un primo obolo. In qualche caso rimborsando quello che mancava nel 2021 con versamenti extra negli ultimi mesi.

A non essere del tutto pervenuti nel 2021 l’ex M5s Santi Cappellari, gli eletti all’estero Nicola Carè, Francesca La Marca, Fabio Porta e Francesco Giacobbe. Ma a quota zero versamenti c’erano anche tre nomi di punta del partito come Tommaso Cerno (che in questi anni è un po’ andato e venuto), Dario Stefano e Luca Lotti. Carè ha iniziato a mettere mano al portafoglio nel 2022 (fino a giugno con un versamento da 500 euro e uno da 1.500), e così è accaduto con La Marca che ogni mese ha versato 500 euro invece dei 1.500 richiesti. Lotti nel 2022 ha onorato i 1.500 euro dovuti tutti i mesi fino a giugno. Cappellari, Cerno, Porta e Stefano non sono pervenuti nemmeno quest’anno.

La cassa integrazione

Al povero Verini è capitata anche un’altra grana interna al partito, che non riguarda questa volta gli eletti, ma i dipendenti, molti dei quali sono stati in questi anni in cassa integrazione salariale pagata dall’Inps e ora in scadenza. Proprio l’istituto pubblico di previdenza ha comunicato all’amministratore del partito di avere sbagliato i conti in eccesso di quel trattamento di integrazione salariale, per una cifra complessiva di 94.242 euro nel 2021. L’Inps rivuole indietro quella somma, e l’ha chiesta al datore di lavoro che fungeva da sostituto di imposta: il Partito democratico. A sua volta il Pd la deve chiedere indietro ai suoi dipendenti che certo non navigano nell’oro. Per non creare polemiche e contestazioni magari proprio in campagna elettorale, la scelta è stata un pizzico più sfumata: i dipendenti del Pd sono troppi e si proporrà a molti di loro lo scivolo per l’uscita. A quel punto quella somma presa di troppo in cassa integrazione verrà scalata dallo stesso scivolo.