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Salario minimo per legge? Una direttiva della Ue divide la politica

In Politica, Primo piano
6 Giugno 2022

La discussione sul salario minimo

Salvo sorprese, martedì mattina sarà presentata alla stampa la direttiva europea sul salario minimo. Lunedì sera a Strasburgo i rappresentanti del Consiglio Ue, della Commissione e del Parlamento europeo si riuniranno per trovare l’accordo finale. La direttiva non chiederà ai singoli Stati di fissare un salario minimo per legge, ma chiederà di scegliere tra questa opzione (già adottata da 21 dei 27 Paesi Ue) e una espansione della contrattazione collettiva che interessi almeno il 70% dei lavoratori.

In teoria la direttiva non dovrebbe riguardare il nostro Paese dove la contrattazione collettiva copre più dell’80% dei contratti, anche se qualche giorno fa al Fatto Quotidiano Claudio Lucifora, professore di Economia del lavoro alla Cattolica di Milano e consigliere del Cnel, ha spiegato che «al momento non siamo in grado di calcolare in maniera puntuale la percentuale di copertura dei ccnl, né di verificare se le imprese che dichiarano di applicare un contratto pagano minimi contributivi allineati», e questo potrebbe farci rischiare di «essere messi in mora da Bruxelles».

Le divisioni sul salario minimo

Nel frattempo, anche a prescindere dalla direttiva in arrivo, in Italia i partiti si scontrano sul tema, sul quale spingono soprattutto Movimento Cinque Stelle e Pd. In commissione lavoro del Senato è ferma da inizio legislatura la proposta firmata dalla grillina Nunzia Catalfo (poi ministra del Lavoro dal 2019 al 2021 nel secondo governo Conte). L’obiettivo è fissare un compenso di 9 euro lordi orari come base minima, sotto alla quale non si può scendere. Secondo i dati dell’Inps ben 4,5 milioni di lavoratori al momento si trovano sotto quella soglia.

Una nuova scala mobile

Intanto il ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd) prepara un tavolo con le parti sociali sul «lavoro povero». Oltre al tema del salario minimo c’è anche quello, potenzialmente alternativo, di una legge che misuri la reale rappresentanza di sindacati e associazioni imprenditoriali e imponga poi alle aziende che applicano contratti diversi dal ccnl di adeguarsi, sul minimo salariale, a quello stabilito dalla contrattazione nazionale.

Il tema, come detto, è divisivo. Ieri sul palco del Festival dell’economia di Trento il commissario Ue all’economia Paolo Gentiloni ha ribadito il suo giudizio positivo sull’introduzione del salario minimo in Italia mentre il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta gli ha opposto un secco «no». «Il salario minimo per legge non va bene perché è contro la nostra storia culturale di relazioni industriali. Non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e valorizziamo le nostre relazioni industriali. Il salario non può essere moderato ma deve corrispondere alla produttività». E quanto all’ipotesi di collegare i salari all’inflazione per proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori «chi vuol tornare alla scala mobile dice una stupidaggine, i lavoratori si tutelano con i contratti, con il welfare, con una buona Pa, con investimenti in capitale umano…». Secondo Brunetta, «l’Italia ha relazioni sindacali storicamente molto forti, pervasive, pregnanti e credo che la soluzione sia la contrattazione e le buone relazioni sindacali che tutelino soprattutto i più deboli».

L’idea dei sindacati

Una posizione che è condivisa dalla Cisl. «Evitiamo di prendere a modello, a seconda delle circostanze, la Germania» ha detto ieri il segretario generale Luigi Sbarra, riferendosi al fatto che la Germania è uno dei 21 Paesi Ue con salario minimo fissato per legge. «La prenderei a modello sull’unire Nord e Sud e importerei il sistema della partecipazione, facendo contare di più i lavoratori nella gestione delle aziende». «In Germania», ha continuato Sbarra, «non esistono contratti collettivi nazionali di lavoro salvo qualche settore, noi abbiamo un sistema diverso, con il 90% di copertura contrattuale, ecco perché non serve un salario minimo per legge a 9 euro lordi. La soluzione potrebbe essere quella di rafforzare i minimi contrattuali di quelli sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative».

Posizione cui fa eco il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri: «Siamo favorevoli al salario minimo», precisa, ma «abbiamo una sola preoccupazione: non deve sostituire i contratti». La soluzione proposta è un «salario minimo a condizione che coincida con i minimi contrattuali: questo è lo strumento che può permettere di non ridurre l’area dell’applicazione dei contratti». Bombardieri ha quindi ricordato che «la direttiva europea pone come obiettivo l’aumento dei contratti nazionali, la copertura dei lavoratori coperti dai contratti. Noi dobbiamo fare attenzione a che il salario minimo e i contratti non siano messi in contrapposizione e che non ci sia uno spostamento dei lavoratori tra chi ha il contratto e chi ha solo il salario minimo».

Il caso tedesco sul salario minimo

Sul fronte politico oltre al M5S, che del tema ha fatto una bandiera, anche il Pd vorrebbe approvare una legge sul salario minimo entro la fine della legislatura. «Per noi la questione salariale è fondamentale, accanto a questo c’è anche l’impegno ad arrivare al salario minimo come hanno fatto in Germania», ha detto ieri il segretario dem Enrico Letta, che ha anche proposto «un sostegno forte alle forme di prima assunzione: basta stage e tirocini gratuiti».

Intanto nella molto citata Germania, il parlamento venerdì ha approvato l’aumento del salario orario minimo a 12 euro lordi a partire dal 1° ottobre, misura annunciata dal cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz in campagna elettorale e contestata dalle associazioni imprenditoriali che paventano il rischio di una crescita dell’inflazione. Ad essere interessati dalla misura sono quasi 6,2 milioni di dipendenti. La Germania ha introdotto il salario minimo orario nel 2015

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