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Lo spread ci fa paura come nel 2011, ma questa volta è tutta farina di Draghi

In Politica
14 Giugno 2022
Ci si è affidati alla Bce come unico compratore del nostro debito. Venendo meno questo unico compratore, chi oggi acquista i nostri titoli pretende uno sconto

Il motivo della crescita dello spread

Lo spread sopra i 240 punti è inquietante? I commentatori molto inclini a sostenere la politica economica del governo guidato da Mario Draghi dicono che ci si deve preoccupare fino a un certo punto. Insomma, smorzano i toni come se gli altri indicatori macro-economici dell’Italia fossero rivolti al bello stabile e dunque il rinvigorirsi del differenziale tra il Btp decennale (arrivato ieri a sforare il 4% di rendimento) e il Bund tedesco fosse solo un accidente dovuto al repentino sottrarsi della Be dall’acquisto titoli. Si sono sentiti anche accenti complottardi dal centrodestra. Se una colpa può essere fatta a Christine Lagarde è di aver agito troppo poco e troppo tardi. Chi tende a minimizzare spiega che la nostra inflazione è da offerta: mancano le materie prime e l’energia e dunque appena quei mercati si stabilizzeranno (ma quando?) tutto tornerà normale. E questo avrebbe consentito alla Bce di aspettare. Non si ebbero le stesse cautele nel 2011, ma ci torneremo. La verità è che la Germania non può sopportare un’inflazione sopra l’8% senza smentire se stess e che Janet Yellen, segretario al Tesoro Usa, non può non chiedere alla Federal Reserve di fare qualcosa. E la Fed, anticipata dalla Banca d’Inghilterra, qualcosa ha fatto e sta facendo: alza i tassi. In questo quadro la Bce non può stare ferma salvo vedere l’euro precipitare, i mercati azionari stressarsi e i capitali fuggire.

Il significato dello spread

Ma converrebbe anche interrogarsi sulla qualità dello spread. Stavolta racconta molto del come sta messa l’economia italiana. Conviene dunque fare un minimo viaggio nel tempo. Durante il governo gialloverde (M5S-Lega) lo spread si è tonificato ed è stato usato come una clava. Ha accolto l’annuncio del governo con un balzo di 30 punti il 18 maggio 2018: quando Paolo Savona (ministro dell’Economia bocciato dal presidente Sergio Mattarella) presentò il suo piano B (con i mini-Bot per costruire di fatto una doppia circolazione monetaria) lo spread andò a 303 punti. Nel novembre, quando Bruxelles bocciò con una scelta abbastanza politica e poco economica la manovra del governo, lo spread è arrivato a 326 punti . Infine quando Matteo Salvini mise in dubbio il tetto del 3% tornò a 290 punti.

È evidente che lo spread è stato usato come arma di pressione politica, non dai mercati bensì da Bruxelles e Bce. Imperante ancora Mario Draghi all’Eurotower, nel 2018 la Bce ha ridotto al minimo l’acquisto titoli. Prima a 30 miliardi al mese, poi a 12 miliardi. Dunque lo spread gialloverde saliva senza nessun intervento della Bce. Appena è cambiato governo col Conte 2 (M5S Pd) gli acquisti di titoli sono ripresi massicciamente fino a debordare con la crisi pandemica. In tutto il 2021 quindi con Draghi presidente del Consiglio la Bce ha comprato 159 miliardi di titoli pubblici rinnovando ulteriori 73 miliardi di titoli in scadenza. A fine 2021 – la fonte è l’Osservatorio guidato da Carlo Cottarelli – Bce e istituzioni europee detenevano debito italiano pari al 43%, il doppio di quello che detenevano nel 2019. Durante il governo gialloverde in quasi totale assenza di sostegni lo spread si è mantenuto su una media inferiore ai 200 punti grazie a un dato: il surplus commerciale italiano.

Cosa era accaduto nel 2011

Nel 2011, quando ci fu lo spread a 574 che portò allo sfratto di Silvio Berlusconi con tanto di lettera di benservito di Draghi, si sono verificate due circostanze che non ci sono oggi: era sotto attacco direttamente l’euro come valuta e – scrive la Consob in uno studio – «a partire dalla crisi finanziaria del 2007-200, alcuni paesi europei hanno sperimentato una crescente penalizzazione registrando differenziali di rendimento dei relativi titoli pubblici rispetto al Bund tedesco sempre meno guidati dall’andamento dei fondamentali economici e fiscali e sempre più legati a fenomeni di contagio. Per l’Italia ciò ha comportato una penalizzazione costante e progressivamente crescente fino a raggiungere, nella prima metà del 2012, un sovraprezzo sui rendimenti dei suoi titoli stimabile in circa 180 punti base». Oggi no: oggi lo spread è tutta farina dell’Italia e, siccome ne è titolare in questo momento, è tutta farina di Draghi. La ragione è presto detta.

Ci si è affidati alla Bce come unico compratore del nostro debito; venendo meno questo unico compratore, chi oggi acquista i nostri titoli pretende uno sconto (che si traduce in rialzo del tasso d’interesse). Non c’è una bieca congiura o una fetida speculazione: c’è la legge della domanda e dell’offerta. Che forse il nostro presidente del Consiglio s’illudeva di aver sconfitto. Ma c’è e ora pesa sull’economia di un Paese che è ultimo in Europa per crescita e fondamentali. Aggravata però da una politica economica asfittica e priva di orizzonte. Draghi ha coniato la separazione artificiosa e molto keynesiana tra debito buono e debito cattivo per convincere gli italiani che portare il debito pubblico a 2.750 miliardi, oltre il 155% del pil, è cosa buona e giusta e che con gli investimenti del Pnrr sarebbe stato tutto a posto.

La politica dei bonus

Gli investimenti non sono partiti, il debito è aumentato e la politica economica – come peraltro ci si appresta a confermare con l’ennesimo insufficiente intervento tampone su inflazione ed energia – è in larga misura fatta solo di bonus. Dunque se lo spread si muove attorno ai 240 punti è ancora moderato. Perché manca la componente di speculazione politica. Ricordate un vecchio spot? L’Europa è come gatto Silvestro, l’Italia è Titti e Draghi è un barattolo di pelati. Lo spread si dilata, ma a piccole dosi perché…oh no su De Rica non si può. Speriamo che duri.