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Startup Ven 18 novembre 2022

L’Unicorno italiano Scalapay ora pensa all’Ipo a Wall Street

La società di pagamento italiana Scalapay mette nel mirino a medio termine la possibile quotazione in Borsa negli Stati Uniti.

La quotazione in Borsa di Scalapay

La società di pagamento italiana Scalapay mette nel mirino a medio termine la possibile quotazione negli Stati Uniti attraverso una nuova fase di sviluppo, come ha rivelato Mergermarket. Scalapay è leader del Buy Now Pay Later (acquista ora, paga in tre rate senza costi aggiuntivi se i pagamenti sono in regola) e di recente, è entrata nell’orbita di Poste che nel 2019 aveva messo un piede in Moneyfarm. Poste si è unita all’ultimo round milionario di Scalapay (497 milioni di dollari capitanato da Tencent e Willoughby Capital) con un investimento di 27 milioni di dollari.

Scalapay, presieduta da Simone Mancini ha visto la luce nel 2019 da un’idea di Mancini e Johnny Mitrevsk, conta oggi circa 230 dipendenti che diventeranno 400 a fine anno, oltre la metà a Milano, dove l’azienda sta spostando il team di sviluppo lt, prima basato in Australia. La società è presente anche in Francia, Germania, Spagna e Portogallo ed è pronta anche per acquisizioni strategiche o relative al know how tecnico o ancora per espandersi ulteriormente in tutto il Continente. Ma l’obiettivo principale resta quello di diventare uno strumento prezioso per tutti i siti di e-commerce. Per questa ragione ha lanciato “Check out magic”, una piattaforma che riduce il numero di passaggi per l’acquisto.

Scalapay non è una banca

A differenza di Klarna e ClearPay, ScalaPay non è (almeno, non ancora) né banca né istituto di pagamento: per gestire le transazioni si appoggia a Stripe. Scalapay rappresenta la nuova tendenza per una generazione sempre più diffidente verso le vecchie banche e carte di credito. Nel Regno Unito è nato addirittura un neologismo, to klarna, dal nome della omonima scaleup svedese. Significato: comprare un oggetto e pagarlo in tre rate con un clic, senza bisogno di finanziarie e, soprattutto, senza interessi. Qualcosa di simile è accaduto, in tempi recenti, solo con Google.

Pare che quello che oggi va sotto il nome di Buy now pay later sia nata nell’Ottocento da una politica commerciale dell’industria Singer, quella delle macchine per cucire. Oggi, chiaramente, gli strumenti fintech offrono possibilità diverse. Normalmente, si paga in tre rate. La prima tranche subito, la seconda e la terza dopo un lasso di tempo che varia – a seconda del paese – dalle due settimane a un mese. Ma alcune società ritagliano le dilazioni su misura del cliente. Senza interessi. Chi ci mette i soldi, allora, quelli necessari a far funzionare il meccanismo? I venditori.

Perché queste app sono un formidabile incentivo all’acquisto. Così, i negozianti sono disposti ad accollarsi commissioni che si aggirano – in media – attorno al 4% del transato e vengono compensate dall’aumento degli ordini. In caso di grandi quantità, la commissione si abbassa. Può esserci, in aggiunta, una fee addebitata su ogni singola transazione.

Il settore veniva giudicato in piena espansione. Ma la sirena è suonata a maggio, quando Klarna è stata costretta a licenziare 600 persone. Nelle stesse settimane la scaleup, che l’estate scorsa era valutata 45,6 miliardi di dollari (record in Europa) ha visto un drastico crollo nella valutazione.

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