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Primo pianoTech Mer 25 gennaio 2023

Spotify licenzia e svolta, ma è un business ancora valido?

I licenziamenti sono un segno che Spotify è in crisi? L'app è in un momento di transizione, dal bilancio una prima risposta sulla sua salute.

Spotify, i licenziamenti sintomo di crisi o scelta cautelativa?

Sono tanti i colossi del web che stanno licenziando a mani basse. Spotify, purtroppo, non fa eccezione. Nei giorni scorsi l’amministratore delegato Daniel Ek ha annunciato che dovrà tagliare 600 posti di lavoro su un totale di 10 mila. Non poco, è circa il 6% di tutta la forza lavoro. “Con il senno di poi, ero troppo ambizioso nell’investire prima della nostra crescita dei ricavi. E per questo motivo, oggi, stiamo riducendo la nostra base di dipendenti di circa il 6% percento in tutta l’azienda”, ha scritto Ek sul blog ufficiale di Spotify.

“Mi assumo la piena responsabilità per le mosse che ci hanno portato qui oggi”, ha aggiunto Ek. L’azienda svedese, in effetti, ha investito molto sin dal suo lancio per alimentare la crescita con espansioni in nuovi mercati e, negli anni successivi, con contenuti esclusivi come i podcast.

Il taglio del personale costerà 40 milioni

Viene dunque da chiedersi se l’annuncio dell’ad di Spotify circa il licenziamento del 6% dei dipendenti sia indice di una crisi o, come sta capitando ad altri colossi del web, se la scelta sia di natura più cautelativa per rassicurare gli azionisti. Secondo Bloomberg, la riduzione del personale costerà all’azienda circa 40 milioni di euro di oneri legati ai licenziamenti.

In effetti, il 15 dicembre 2022 il titolo ha toccato quota 72,36 dollari (la società è quotata a Wall Street) per riprendersi poi e raggiungere gli oltre 99 dollari di questi giorni. In realtà, durante l’annuncio dei licenziamenti, il titolo ha avuto un nuovo sussulto, ma la ripresa rispetto a fine dicembre è netta.

Spotify è un sistema ibrido, ma in perdita

“Quello di Spotify è uno dei modelli di business più interessanti tra i player digitali”, spiega Gennaro Cuofano, fondatore di FourWeekMBA, portale di analisi dei modelli di business delle società e, in particolare, di quelle tecnologiche. “Infatti, l’azienda segue un modello di business che è un ibrido tra freemium (prodotto gratuito con funzionalità limitate, con versione premium illimitata a pagamento) e ad-supported (il prodotto gratuito viene finanziato dalla pubblicità). Nei primi nove mesi del 2022, Spotify ha generato oltre otto miliardi di euro di fatturato, con una perdita netta di 160 milioni di euro“, continua Cuofano.

“La piattaforma contava a settembre 2022, 195 milioni di iscritti paganti, e 273 milioni di utenti, ad-supported. La cosa più interessante del modello di business di Spotify è il suo self-serving funnel (il processo attraverso il quale le aziende guidano i clienti nell’acquisto dei prodotti, ndr), che gli permette, tramite la versione gratuita, e quella basata sulla pubblicità, di attrarre un numero elevato di utenti gratuiti, che grazie ad una serie di strategie di marketing tecnico (costruite ad hoc nel prodotto) vengono convertiti in utenti premium”, spiega.

La transizione verso un modello di business che lo renda unico

“Oggi Spotify sta facendo una transizione molto importante. Infatti, sta costruendo un ad-network, per ora focalizzato sul segmento podcasting che risulta ancora una piccola fetta del fatturato totale. Eppure, il network pubblicitario, se scalato, potrebbe diventare, in futuro, uno dei pezzi più importanti del modello di business di Spotify. A fine gennaio avremo i risultati ufficiali per il 2022 e sapremo come mai l’azienda sta procedendo a tagliare posti di lavoro e se lo sta facendo in maniera cautelativa (struttura dei costi più snella in una fase di mercato incerta). O se, effettivamente, si è registrata una contrazione effettiva del fatturato premium e di quello ad-supported”.

Di certo, Spotify sta passando un momento di transizione verso un modello di business che lo differenzi dagli altri colossi dello streaming musicale. Il mercato è infatti piuttosto affollato e tra i competitor ci sono colosso importanti come Apple e Amazon che possono fare affidamento anche su prodotti hardware – come l’iPhone o i dispositivi Alexa – che spingono anche l’utilizzo dei servizi musicali. Senza considerare che Spotify punta sulla facilità di utilizzo, ma non offre un programma di ascolto in alta fedeltà, caratteristica sempre più diffusa nel settore.

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