Quanto vale la bellezza delle produzioni italiane?
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ApprofondimentiEconomia Sab 30 settembre 2023

Quanto vale la bellezza delle produzioni italiane? Oltre un quarto del Pil

Il valore dell'economia della bellezza ha sfiorato i 500 miliardi di euro in Italia, registrando una crescita del 16% rispetto al 2021. Quanto vale la bellezza delle produzioni italiane? Oltre un quarto del Pil
Redazione Verità&Affari
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Redazione Verità&Affari

Nel 2022, il valore dell’economia della bellezza ha sfiorato i 500 miliardi di euro in Italia, registrando una crescita del 16% rispetto al 2021 (431 miliardi), più che doppia rispetto al resto del sistema produttivo italiano, e dell’8% rispetto al 2019, oltre i livelli pre-Covid. È quanto emerge dall’edizione 2023 di “Economia della Bellezza”, lo studio realizzato dall’Ufficio Studi di Banca Ifis nell’ambito di Kaleidos, il Social Impact Lab della Banca.

Lo studio mette in luce anche l’eccezionale impatto del comparto Bellezza sul PIL pari al 26,1%, confermando l’eccezionale capacità di traino del sistema produttivo nazionale. L’Economia della Bellezza ha contribuito in modo importante alla ripresa dell’economia italiana dopo il biennio pandemico: nel 2022, questa ha rappresentato il 56% dell’aumento del PIL nazionale rispetto all’anno precedente e addirittura il 33% dell’aumento rispetto al 2019, ultimo anno pre-Covid.

Lo sviluppo è stato intenso su tutti i comparti: turismo culturale e paesaggistico e imprese sia design-driven, quelle guidate da una forte componente di design, sia purpose-driven, ovvero le imprese guidate da uno scopo sociale. La crescita del valore prodotto rispetto al 2019 (+37 miliardi di euro) è stata generata per il 47% dalle imprese purpose-driven, per il 29% dal turismo culturale e naturalistico e per il 24% dalle imprese design-driven.

A livello di settori, sono 8 quelli che hanno contribuito alla crescita del PIL della Bellezza rispetto al 2019: Agroalimentare (13 miliardi di euro) e Turismo (11 miliardi di euro) hanno registrato l’aumento maggiore, ma bene hanno fatto anche Tecnologia, Cosmetica, Sistema Casa, Ambiente, Orologeria e Gioielleria e Automotive, grazie al forte sviluppo dell’approccio purpose-driven.

La convergenza tra il “bello e ben fatto” e il “buon lavoro” sembra sempre più esprimere un motore per l’intera economia italiana. L’edizione 2023 dello studio ha scelto di dedicare un focus particolare a quanto l’eccellenza della manifattura Made in Italy tragga origine dal lavoro dei Maestri d’Arte. La principale evidenza è che il “saper fare” artigiano contribuisce ancora al 54% del fatturato della manifattura italiana. In quasi 9 casi su 10, le imprese della manifattura considerano l’artigianalità non sostituibile da macchinari: il valore aggiunto del lavoro artigianale ricopre un ruolo rilevante nella produzione, sia in fase di progettazione sia di realizzazione.

Per il 53% delle aziende intervistate, l’artigianalità non rappresenta una semplice ricerca del lusso, ma uno strumento concreto per dar forma alle idee, da mettere in campo nella fase di prototipazione. In tal senso, il saper fare viene identificato da 8 imprese su 10 come fattore distintivo di competitività sul mercato poiché consente di rispondere efficacemente ai nuovi trend e alle nuove mode, come indicato da ben il 91% degli imprenditori della manifattura.

In quest’ottica, gli artigiani si configurano come figure capaci di dare unicità al prodotto, integrando l’interpretazione in chiave contemporanea con l’attribuzione di un valore nel segno della tradizione, dell’innovazione e della sostenibilità. Questa modalità che deriva dall’ibridazione tra artigianalità e manifattura rappresenta il vero e proprio modello italiano di produzione del Made in Italy. Al contempo, però, il mestiere dell’artigiano risente oggi di un sistema in rapida evoluzione dal punto di vista demografico, economico e sociale. Il calo delle imprese artigiane (-32% di operatori attivi dal 2000) parla della complessità nel trovare chiavi di lettura innovative per crescere e coinvolgere i giovani.

Lo studio 2023 ha analizzato anche le difficoltà incontrate dalle imprese artigiane che lavorano con l’industria manifatturiera, penalizzate da una rilevante riduzione del loro numero e un progressivo invecchiamento degli artigiani stessi. Negli ultimi due anni molte imprese artigiane (il 41%) si sono trovate ad affrontare un passaggio generazionale, spesso legato proprio alla trasmissione dell’attività. Le più comuni strategie per garantire continuità alle imprese sono il mantenimento della tradizione familiare e la formazione diretta di nuovo personale. Gli artigiani chiedono anche modifiche agli attuali programmi scolastici attraverso il potenziamento di percorsi di studio che siano capaci di mostrare ai giovani la creatività connessa con i lavori artigiani e di accendere così la loro immaginazione. In parallelo, auspicano anche l’introduzione di incentivi fiscali per chi intraprende un’attività in questo settore. D’altra parte, il 93% delle imprese della manifattura conferma il trend di internalizzazione già in atto ed esprime l’intenzione di portare entro il perimetro della propria azienda le competenze artigiane. La strategia più adottata per portare a compimento questa internalizzazione è l‘affiancamento con chi è già esperto del mestiere (indicato dall’81% delle imprese) mentre ci si avvale in misura decisamente minore di corsi di formazione più teorici (12% delle imprese). (Teleborsa) 

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