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Decreto Aiuti, altri 5 miliardi buttati. Tutti i regali per soddisfare la casta

In Politica, Primo piano
12 Luglio 2022
Spuntano la proroga dei contratti dei collaboratori di Franceschini e soldi ai navigator

Il voto sul decreto Aiuti

Alla fine nemmeno la metà dei deputati ha dato il via libera al cosiddetto ddl Aiuti, che è passato lo stesso nel suo primo giro di boa a Montecitorio con 266 sì su 313 presenti in rappresentanza di 630 eletti. Il numero legale si è raggiunto comunque grazie all’esercito di onorevoli riconosciuti in missione, ma essendo usciti dall’aula tutti i presenti meno uno del M5s e mancando il voto oltre il 30% dei deputati di molti gruppi di maggioranza (in testa Forza Italia e Lega), si è aperta una crisetta politica che ha costretto il premier Mario Draghi a salire al Colle e discuterne con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Anche se nessuno ha la coscienza pulitissima per il voto di ieri ne è partita una lunga gazzarra interna alla maggioranza che pure era riuscita a farcire quel testo governativo di emendamenti per lo più elettorali con distribuzione di soldi ai collegi.

Il nome decreto Aiuti

La sola cosa che non ha perduto con le modifiche parlamentari quel testo è proprio il nome: «Aiuti». Era stato però pensato per dare una mano sia agli ucraini profughi e restati in patria, che alle famiglie e imprese italiane messe ko dalle conseguenze del caro energia, cercando di alleviare il peso delle bollette di luce e gas e quello del pieno di benzina per la propria auto. Ora “aiuti” sono anche la proroga dei contratti ai più stretti collaboratori del ministro Dario Franceschini, a cui si è aggiunta pure l’assunzione di qualche nuovo braccio destro o mano sinistra che dir si voglia.

Aiuti (e lo sono di sicuro, ma non c’entrano con questo decreto) quelli che arrivano a lavoratori a spasso da così tanto da avere terminato ogni Naspi possibile in Sicilia. E una mano certo la si è data all’Anpal per prolungare di qualche mese lo stipendio che finisce in tasca ai cosiddetti Navigator, fra i principali simboli del fallimento del reddito di cittadinanza. O gli 11,2 milioni di euro che arrivano al personale dell’Inail come «indennità una tantum».

Le varie spese del decreto

E per non avere fratelli e fratellastri, mancetta da 40 milioni di euro pure all’Inps per fare salire il tetto previsto alla voce «acquisti di beni e servizi». Regalino alla società pubblica Ales di 2,5 milioni di euro l’anno per cinque anni, e fanno 12,5 milioni di euro. E che dire dei 47.500 euro (sia pure in 5 anni) di maggiori rimborsi spesa che sono stati garantiti al presidente della Commissione tecnica per i fabbisogni standard che evidentemente tanto deve girare l’Italia? O dei 10 milioni a favore delle sale cinema italiane? Colpite dalla guerra pure loro? Ottimo anche il milioncino piovuto a Como per interventi urgenti sulla strada verso Spluga ma solo fra il km 49 e il km 49,8.

Pure i 20 milioni che verranno usati in tre anni per bonificare la Zona Falcata di Messina porranno certo fine allo scempio ambientale attuale, ma hanno difficile collegamento logico con il conflitto e il rincaro dell’energia. Probabilmente stesso flebile legame anche per i 925 milioni di euro messi lì per «il rafforzamento patrimoniale delle società di Stato».

Sia i ministri che i parlamentari non si sono fatti dunque pregare due volte buttando nel cestone degli aiuti ogni loro esigenza più disparata, come solitamente si fa a fine legislatura in prossimità di una prova elettorale. Mille mance che accompagnano qualche aiuto serio e necessario. Messi insieme fanno pure peso: 1,7 miliardi di euro il conto delle pure marchette elettorali, e 2,9 miliardi di euro il conto dei finanziamenti inseriti estranei al contesto. Fanno quasi 5 miliardi, un quarto di quelli previsti dall’intero decreto.

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Direttore Responsabile Verità&Affari

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