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Così Draghi fa harakiri: senza il petrolio di Mosca a Priolo salta la raffineria

In Politica
31 Maggio 2022
Senza petrolio russo non starebbe in piedi l’Isab di Priolo che occupa oggi direttamente e indirettamente attraverso l’indotto collegato poco meno di 4 mila lavoratori.

Gli effetti per l’Italia della scelta di Draghi

Mario Draghi si è messo alla testa dei “no oil” di Vladimir Putin nel consiglio europeo, che ieri sera si è lacerato per ore sul varo del sesto pacchetto di sanzioni alla Russia che ha al centro proprio il distacco della pompa di benzina dai serbatoi di Putin. Ma il Paese ad avere più guai immediati per le conseguenze di quella scelta è proprio l’Italia. Che avrebbe subito una bomba sociale in una delle aree più povere dal punto di vista occupazionale, come quella siracusana in Sicilia.

Perché senza petrolio russo non starebbe in piedi l’Isab di Priolo che occupa oggi direttamente e indirettamente attraverso l’indotto collegato poco meno di 4 mila lavoratori. Il polo delle raffinerie siciliane Isab appartiene per altrio a un gruppo russo, il Lukoil dell’oligarca Vagit Alekperov (che fu anche viceministro del gas e del petrolio in un governo precedente), che controlla gli stabilimenti italiani attraverso la controllata svizzera Litasco.

Al momento né Lukoil (che è partner di Eni in Angola), né Alekperov e la sua famiglia sono stati inseriti nell’elenco delle società e degli oligarchi sanzionati in Europa o negli Stati Uniti. Ma il problema che hanno è emerso con chiarezza quando la scorsa settimana l’Istat ha fornito un dato sorprendente: ad aprile l’Italia ha più che raddoppiato rispetto all’anno precedente le importazioni di petrolio russo, raggiungendo il record dell’ultimo decennio e superando per volumi quasi tutti gli altri paesi europei, nonostante la guerra e la linea pro sanzioni almeno dichiarata dal governo italiano.

Il dato ha certamente sconcertato tutti, ma nessuno è andato a vederne in profondità la spiegazione: due terzi del petrolio importato è finito proprio alla Isab-Lukoil in Sicilia. Che non è mai vissuta sulle forniture russe, sempre restate al di sotto del 20% di quelle poi usate lì per la raffinazione. Ma è stata costretta a farlo nel mese di aprile per un a ragione molto semplice: nessuna banca internazionale forniva a Ipab-Lukoil le linee di credito necessarie a fare gli ordinativi ai fornitori tradizionali di petrolio che erano al di là del Mediterraneo.

Il gruppo Lukoil

Anche se Lukoil e il suo proprietario non hanno limiti imprenditoriali, tutti gli istituti di fronte a un oligarca che notoriamente è il quarto uomo più ricco della Russia hanno preferito girare al largo: l’occidente ogni settimana aggiorna quelle liste ed era meglio non essere esposti con un gruppo che da un giorno all’altro potrebbe trovarsi sanzionato. Il solo Paese che non ha avuto bisogno di quelle linee di credito aperte, accettando di essere pagato in rubli per la fornitura, è stato naturalmente la Russia, che ad aprile è diventato fornitore unico di greggio per gli stabilimenti dell’area siracusana. Se si chiude quel rubinetto l’azienda siciliana non può stare in piedi.

La cosa grottesca è che l’Ipab in piedi è stata davvero poche volte e anche per questo motivo la Lukoil che ha visto anche 400 milioni di euro di perdite in quella attività, aveva pensato di disimpegnarsene appena qualche anno fa, provando a vendere le attività anche facendo uno spezzatino degli stabilimenti. Erano insorti subito i sindacati, e ovviamente i politici locali, che coinvolsero il governo in un tavolo di crisi per evitare la vendita o la chiusura di quegli stabilimenti. I russi tornarono sui propri passi e poi se ne devono essere amaramente pentiti perché scoppiata la pandemia gli affari andarono perfino peggio. Ma dal governo centrale era arrivata una sorta di ciambella di salvataggio: l’ipotesi di un piano per produrre eco-fuel in quelle raffinerie finanziato dalle risorse del Pnrr.

Dopo avere fatto di tutto per trattenere Lukoil in Sicilia, ora con la decisione europea guidata da Draghi si arriverà inevitabilmente alla definitiva chiusura di quegli stabilimenti. O alla loro pubblicizzazione che potrebbe essere anche più costosa…