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Draghi? Al di sotto delle attese. E sul green pass ha proprio toppato

In Associazioni
28 Maggio 2022

Federico Iadicicco, presidente Anpit, deluso dal governo Draghi

Federico Iadicicco è un giovane imprenditore che guida l’Associazione Nazionale per l’industria e il terziario (Anpit) che in questi giorni ad Orvieto sta formando nel tradizionale incontro di “Apotheke” i suoi quadri e dirigenti. Come tutti è preoccupato delle conseguenze della guerra in Ucraina che sembrano ingestibili. E anche degli errori compiuti dalle classi dirigenti occidentali. “Ci si era convinti- almeno lo era chi ci governa- all’inizio di questa vicenda bellica che le sanzioni avrebbero nuociuto in maniera irreversibile alla Russia”, spiega Iadicicco in questa intervista a Verità&Affari, e aggiunge: “Invece hanno nuociuto molto di più a noi, non soltanto sul gas. E’ infatti anche in Europa c’è stato un cambio di atteggiamento generale, è emersa sempre di più la necessità di trovare una via per la pace altrimenti rischiamo grosso…”.

Si è sentita in un caso così la mancanza di leadership internazionali, non trova? In passato qualcuno in grado di fare mettere al tavolo dell’armistizio se non della pace i contendenti c’era stato. Oggi no, forse il solo ad averci provato è stato Papa Francesco…

“Vero. Non è un caso l’esplosione del conflitto nel momento in cui è declinata la sola leadership che c’era in Europa, quella di Angela Merkel in Germania. Sarebbe stata una figura importante di equilibrio, visti i rapporti storici tra la Germania e la Russia, anche di natura economica e commerciale. Questo ruolo d’altra parte lo può giocare solo l’Europa. Ma esiste l’Europa? La risposta è no: non esiste una politica estera comune, non esiste una politica economica comune e quindi alla fine prevalgono sempre gli interessi nazionali…”.

Ma una nuova Merkel non c’è.

“Infatti restiamo in questa situazione confusa che nuoce molto alle nostre aziende. Sì, è uscito questo Repower Eu, il progetto per rendere autonoma l’Ue dal gas russo. Ma uno dei punti di debolezza di quello che leggo in queste prime ore è che se noi puntiamo alle pompe di calore per sostituire il gas, o siamo assolutamente convinti che le energie rinnovabili siano in grado di fare la differenza oppure andiamo a posticipare l’emergenza solo di qualche tempo. Possiamo elettrificare tutto per non usare il gas. Ma l’elettricità va prodotta in qualche modo”.

ANGELA MERKEL EMMANUEL MACRON

LA DIPENDENZA DAL GAS

Anche l’amministratore delegato dell’Enel, Francesco Starace, ne è convinto. E dice che dobbiamo sostituire a casa le caldaie a gas con le pompe di calore.

“Le pompe di calore con quale energia le mettiamo in moto? Sono così certi che le rinnovabili producano tutta quell’energia? La crisi delle bollette è scoppiata prima della guerra, proprio perché la risposta a questa domanda è stata negativa: le rinnovabili non sono una certezza. Hanno bisogno di sole e vento, e non hai la garanzia di avere ogni anno quel sole e quel vento che ti servirebbe…”.

Se il rubinetto del gas si chiude che alternativa c’è?

“Investiamo su altro, come il nucleare di quarta generazione per proteggerci almeno in futuro…”.

Ci sono esperti che sostengono che ha tempi lunghissimi e costi altissimi. Quindi ipotesi non percorribile in emergenza.

“Nell’immediato nessuna soluzione è percorribile. Solo una: la pace, e bisogna volerla e saperla imporre. Ma l’autonomia energetica di un Paese è scelta strategica necessaria anche se di lungo percorso. Serve anche se nell’immediato produce costi e non ha benefici”.

E oggi?

“Abbiamo la fortuna di ingenti giacimenti di gas che potremmo sfruttare molto di più. Si può lavorare anche per tempi medi (costruendo rigassificatori che ci permettono di usare le forniture del liquido). Il fatto è che prima la pandemia e ora l’emergenza che viene dalla guerra hanno fatto emergere le fragilità di sistema dell’Italia che ci trascinavamo da lungo tempo. Si va avanti a slogan e un giorno essendo nei guai scopri che intere filiere produttive non le hai più: sono tutte all’estero”.

GOVERNATI MALE

Ce l’ha con i politici che hanno governato l’Italia in questi anni?

“Con una classe politica debole e pronta ad abdicare al primo rumore. Ci fosse stato più primato della buona politica qualcuno avrebbe pensato al futuro di questo paese nel medio lungo periodo…”.

Forse non hanno difeso la diversità italiana: quella di un paese che ha un tessuto economico lontanissimo da quello francese, tedesco o olandese. Quindi soffre con le ricette buone per altre economie

“Credo che questa sia stata in realtà la debolezza dell’Ue. Si era immaginata come una comunità del Nord dandosi quelle regole. E non hanno funzionato, danneggiando la stessa Europa. Covid e guerra hanno messo in crisi quei principi. Domani non possono essere risfoderati come nulla fosse accaduto, bisogna fare un salto di qualità utile a tutti partendo proprio da ciò che ha mosso la crisi”.

Ursula Von Der Leyen

Mi faccia qualche esempio per capire.

“Il PNRR ad esempio ha rotto un tabù: quello della mutualizzazione del debito. Bene. Ora serve un passo in più: un debito comune per investire in grandi infrastrutture su tutto il continente. Ma devi metterti in testa che l’interesse ad averle dell’Italia, della Sicilia o della Calabria è l’interesse stesso dell’Ue. Quindi va finanziato ogni programma con un debito comune indistinto, che poi non ricada sui singoli Stati. Forse in Italia si è capito poco, ma il Recovery Plan lo dobbiamo ripagare noi, mettendo sulla testa dei nostri figli e dei nostri nipoti altro debito da restituire”.

All’Italia serve prendere a debito tutti quei soldi? Non è meglio secondo lei usare solo i grant, i finanziamenti a fondo perduto?

“Bisogna capovolgere il meccanismo di quei finanziamenti. Oggi l’Ue scambia soldi con riforme che devi fare. Sarebbe molto meglio fare l’opposto: finanziare direttamente riforme che possano essere utili alla crescita dell’economia. Si può finanziare perfino una riforma fiscale in grado di fare ripartire l’economia e rendere più forte rispetto al suo debito il Paese. Non riforme in cambio di soldi. Ma buone riforme che costano e che per questo andrebbero finanziate dall’Europa. Noi non abbiamo i soldi per farle bene”.

COSA CI SERVE

Alle imprese cosa servirebbe oggi?

“Non il salario minimo che chiede il ministro del Lavoro Andrea Orlando. Non ci sono le condizioni minime economiche, perché l’aumento dell’inflazione non è conseguenza di una crescita della domanda interna, ma di fattori esterni come l’aumento del costo delle materie prime e dell’energia. Alle imprese serve che si liberino risorse. Per farlo bisogna abbattere la pressione fiscale e ridurre il costo del lavoro. Bisogna aumentare il reddito disponibile per i consumi, non spendere miliardi per fare bandi a pioggia. Io avrei usato il PNRR solo per fare investimenti infrastrutturali strategici e fare la riforma fiscale…”.

Non la stanno tanto a sentire, pare…

“Eh no. Però anche in questo caso si sente troppa matrice ideologica. Dobbiamo essere più sostenibili? Per carità, vuole che qualcuno dica il contrario? Ma non capisco per quale motivo sarebbe insostenibile spendere soldi per rafforzare la rete viaria soprattutto dove non c’è. E un investimento sulla natalità? Perché no?”.

ANDREA ORLANDO MINISTRO DEL LAVORO

In che senso?

“E’ il tema fondamentale per l’Italia. Noi imprenditori non troviamo manodopera soprattutto in settori stagionali semplicemente perché non c’è un’offerta numericamente pari alla domanda. Non ci sono perché non sono nati. Così non possono garantire il welfare e le pensioni che servono. Non è forse il primo investimento da fare quello sulla natalità? Sono temi che dovrebbero essere al centro di un dibattito politico trasversale, non su cui mettere cappello per polemica politica. Noi proviamo ad offrirli alla riflessione di tutti anche con incontri, come quello (Apotheke) che facciamo in questi giorni ad Orvieto per la nostra formazione o quello (Economica) più rivolto alle istituzioni che faremo a settembre”.

A proposito di istituzioni, il governo di Mario Draghi è stato in linea con le sue aspettative?

“Al di sotto, anche perché le aspettative erano molto alte. Da imprenditore non ho capito alcune cose. Prima di tutto la questione del green pass dove ci si è incartati dal punto di vista politico, scaricando sulle imprese qualcosa di improprio come la responsabilità del controllo e l’obbligo di dovere sospendere dipendenti che magari erano collaboratori importanti e affidabili che avevano fatto scelte personali differenti…”.

Ma c’era da proteggere dalla pandemia gli altri dipendenti…

“Ed è proprio quello che non ha fatto il green pass. A conti fatti il vaccino ha protetto infatti la salute personale, ma non ha evitato la diffusione pandemica. Quindi è stato un errore intervenire così pesantemente sulla libertà di scelta delle persone e scaricare sulle imprese quelle responsabilità danneggiando molto il tessuto economico. Il green pass è stata una misura fortemente depressiva. E anche sul PNRR vista la grande credibilità internazionale del presidente del Consiglio pensavo potesse ottenere di più, rispettando gli interessi concreti del paese e non slogan altrui. Infine la guerra: l’Italia è stata sempre dentro il Patto Atlantico, ma era capace di essere ponte negli scenari internazionali. Oggi essere così schiacciati preoccupa. A noi serve la pace sia perché è nelle interesse dei popoli in guerra sia perché è nell’assoluto interesse dei nostri popoli e delle nostre economie”.

Il PREMIER DEL GREEN PASS

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Direttore Responsabile Verità&Affari

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