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Un grande economista che l’Italia non ha saputo ringraziare

In Cronaca, Da non perdere
10 Luglio 2022

Tributo ad Antonio Fazio

Ricordo come fosse oggi quel pomeriggio di lunedì 19 dicembre 2005, quando varcai il portone di via Nazionale raggiungendo lo studio del governatore Antonio Fazio che aveva appena consegnatole sue dimissioni nelle mani di Paolo Emilio Ferrero, il più anziano del Consiglio superiore della Banca di Italia. «Che è quella faccia scura», mi accolse sorridendo Fazio, «non è una tragedia. Ho fatto la mia scelta con grande serenità». Il sorriso si allargò ancora di più dopo avere ricevuto la telefonata di cortesia (e per la prima volta dopo tanto tempo anche di grande cordialità) del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che aveva di fatto provocato quelle dimissioni dopo anni di attacco alla banca centrale.

Quel giorno Fazio non si era arreso a quell’assalto, ma aveva dato una lezione anche a lui sull’attaccamento alle istituzioni, più rilevante di qualsiasi orgoglio o difesa personale. È l’uomo ancora più del banchiere centrale e dello straordinario economista quello che si impara a conoscere nelle belle pagine di questo bel ritratto di Ivo Tarolli, che pure in quegli anni da uomo politico si era battuto come un leone perché fosse evitata quella ingiustizia finale.

Ci sono ricordi personali che illuminano la profondità, ma anche la semplicità dell’uomo (delizioso il racconto di quel canto con gli alpini in alta quota insieme alla consorte), che portano per mano anche il lettore meno esperto attraverso le rivelazioni non meno sorprendenti dei grandi fatti economici dell’epoca (dall’ingresso nella moneta unica, al salvataggio della Fiat, fino alle vicende delle scalate bancarie vissute fino all’ultimo giorno in via Nazionale).

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Direttore Responsabile Verità&Affari

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