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Posto pubblico addio, senza smart-working meglio fare altro

In Da non perdere, Lavoro
27 Agosto 2022

Il problema dei concorsi pubblici

Alla Apple i lavoratori non vogliono tornare in ufficio, nella Pubblica Amministrazione italiana i giovani talenti scartano l’opzione concorsi pubblici. Incredibile a dirsi, ma il motivo è lo stesso: il lavoratore con competenze tecniche non ha alcuna intenzione di timbrare il cartellino. Un boomerang per il ministro Renato Brunetta che ha definito lo smart-working «una villeggiatura» per gli statali e ha richiamato tutti prevalentemente in ufficio per almeno il 51% del tempo.

Brunetta deve infatti assumere giovani talenti, esperti in tecnologia, e svecchiare la pubblica amministrazione diffondendo innovazione negli uffici pubblici. Ma senza smart-working si tratta di una missione impossibile. Con il rischio che la pubblica amministrazione resti una macchina obsoleta e inutilmente costosa, nonostante i soldi del Pnrr. E i giovani talenti vengano invece assunti in postazioni di lavoro virtuali dai datori di lavoro privati che offrono flessibilità.

Lo scenario

«Si è consolidata una forte attesa da parte dei lavoratori a mantenere forme di flessibilità attraverso la remotizzazione. Questa è un’aspirazione che sta in un certo senso forzando le imprese. Dal lato di molti imprenditori e manager c’è la volontà di riportare i lavoratori in azienda, vedendo anche la scadenza al 31 agosto della normativa semplificata per l’applicazione dello smart-working come un ritorno al passato. Dal lato dei lavoratori c’è invece una forte pressione a mantenere una ormai irrinunciabile flessibilità> spiega a Verità&Affari il professor Mariano Corso, responsabile dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano e consulente di numerose imprese e PA tra cui in passato anche la stessa Presidenza del consiglio.

«Apple aveva già provato nel 2021, dopo il lockdown, a riportare il personale in azienda, ma c’era stata una fortissima protesta da parte dei lavoratori che hanno costretto il gruppo a fare marcia indietro> ricorda. Un segnale chiaro che dal lavoro agile non si torna indietro. E che le professionalità, con competenze tecnologiche, cioè quelle più ricercate sul mercato, non hanno intenzione di lavorare con un modello di organizzazione che ritengono ormai superato. «Oggi c’è una spinta fortissima al lavoro agile sia da parte dei lavoratori che sono dentro, sia da parte di quelli che entrano sul mercato del lavoro dove c’è molta tensione con la flessibilità che rappresenta uno degli elementi di attrattività dell’azienda per il lavoratore» aggiunge l’esperto. Detta in altri termini, il lavoratore che può scegliere, opta per l’azienda che consente di fare smart working o addirittura di lavorare completamente in remoto, senza alcuna individuazione di un posto di lavoro fisso, ma solo con degli obiettivi da realizzare in un dato periodo di tempo.

Pa in difficoltà

«Le imprese che non offrono flessibilità sulla scelta del luogo e degli orari di lavoro, vengono in qualche modo scartate da quei lavoratori che hanno possibilità di scegliere che in questo momento sono tanti. Questo contesto rende meno interessante il tradizionale posto fisso offerto dal concorso pubblico visto che la flessibilità determina l’attrattività dell’impiego per il lavoratore» aggiunge ricordando come «nella pubblica amministrazione si è passati da circa 1,8 milioni di persone in modalità smart a meno di 800mila perché c’è stato un fortissimo rientro dovuto ad una volontà politica forte diretta a scoraggiare il ricorso allo smart-working nella pubblica amministrazione, in controtendenza rispetto al mercato e anche alle politiche del resto del governo».

Così anche il lavoro fatto dalla precedente ministra Fabiana Dadone con l’introduzione dei Piani Organizzative del Lavoro Agile per le amministrazioni, se n’è in buona parte andato a farsi benedire. E l’attrattività del pubblico impiego è calata: «Secondo una nostra indagine sul malessere lavorativo, l’insoddisfazione è maggiore fra i dipendenti pubblici. Il che si traduce in un cattivo funzionamento dell’amministrazione, assenteismo, difficoltà di ricambio generazionale. L’assenza di flessibilità finisce per svilire la proposta di lavoro pubblico» spiega.

Inoltre, in termini più generali, secondo Corso, «questa legislatura ha buttato a mare l’opportunità di un grande cambiamento avviato a tappe forzate a causa della pandemia. Anche sotto il profilo della riorganizzazione normativa, ci sono stati una decina di disegni di legge, ma alla fine non se n’è fatto nulla lasciando come quadro la legge 81 del 2017 sul lavoro agile che tutto sommato non è male perché lascia molto spazio alla contrattazione individuale». Ancora una volta, un aspetto che vale per il privato, ma non per il pubblico. Senza contare che lascia un po’ soli imprese e lavoratori nella gestione del lavoro agile mettendo anche le basi per delle ingiustizie.

Le ipotesi sul tavolo

A questo punto della storia, le imprese si trovano davanti a tre possibili opzioni: «La prima è riportare l’orologio indietro mantenendo ad ogni costo il vecchio modello come sta facendo in parte la pubblica amministrazione. Con tutte le difficoltà del caso per essere attrattivi nei confronti dei lavoratori evitando anche un turnover elevato– conclude – la seconda è cercare un compromesso con il singolo lavoratore senza però attuare un cambio di mentalità con il lavoro per obiettivi, ma magari immaginando anche smart-working non solo durante la settimana, ma anche per periodi prolungati come ad esempio le ferie estive. La terza è un cambio di passo con una organizzazione diversa del lavoro all’interno degli obiettivi da realizzare in team. Che è poi il vero significato dello smart-working». Ma di certo non la strada intrapresa dalla Pa del ministro Brunetta.

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Giornalista di economia e finanza. Ha lavorato per i principali editori italiani fra Milano, Roma e Parigi. È autrice del libro "Vincent Bolloré, il nuovo re dei media europei" (2015), recensito in Italia e all'estero e attualmente unico libro in inglese sul miliardario bretone, e "Telecommedia a banda larga, cronaca breve della disconnessione politica italiana" (2020). Unico giornalista italiano citato da Reporters without borders nel rapporto sugli Oligarchi alla conquista dei media del Vecchio continente.